

di Peppe Papa
Il M5S lo ha ormai sopravanzato, Giuseppe Conte è sempre più “il punto di riferimento fortissimo dei progressisti italiani” così come i dem avevano sperato, mentre alla sua destra il Terzo Polo incalza provocandone l’irritazione, ma anche un tributo di consensi della sua parte più riformista.
E, come se non bastasse, ci si è messo pure D’Alema, cui “l’amalgama” non è mai piaciuto, il quale vorrebbe resettare e ritornare all’antico, a quei Ds che non hanno dispiegato a pieno la forza della propria proposta politica alternativa al capitalismo mercatista.
Goffredo Bettini, l’ideologo dell’abbraccio con i Cinquestelle ci ha scritto un libro, presentato l’altro giorno a Roma proprio con l’ex leader maximo e Andrea Orlando il capo della sinistra interna e Ministro di professione. Per loro, ritorna prepotente, l’impulso di chiamarsi fuori dalla politica liberale occidentale che avevano per anni tenuto in sonno in attesa di tempi migliori. Che dal loro punto di vista sembrano essere arrivati.
Il povero Enrico Letta, segretario di un partito in rotta e con il fantasma di una nuova scissione dietro la porta, isolato, non sa più che pesci prendere, in balia delle sue stesse titubanze e delle manovre dei capibastone la cui unica preoccupazione è il mantenimento della ‘filiera’ e della difesa dei propri interessi personali e di gruppo.
Se non avesse quella insopportabile flemma democristiana, nutrita dall’amara constatazione di non essere tagliato per fare il leader politico, e fosse ancora in possesso di un po’ di amor proprio, dimettersi immediatamente sul serio e indire un congresso ad horas, sarebbe la cosa che avrebbe dovuto fare appena perse le elezioni.
Invece ha preferito esporsi all’umiliazione di essere lasciato solo, prendere schiaffi da tutte le parti pur di non mollare una partita persa. Intanto la politica, suo malgrado, va avanti imponendo le sue priorità. E a nulla è valsa la velina trapelata dal Nazareno ad annunciare il tentativo del segretario di accelerare le procedure per arrivare al congresso prima di marzo, quando i giochi per le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia saranno già fatti.
A Roma l’ex assessore alla Sanità della Regione Alessio D’Amato, tenuto fermo al palo per lo stallo dell’apparato dirigente, ha intanto annunciato la sua candidatura alla presidenza, a prescindere da cosa ne pensano il partito e gli alleati, dichiarandosi disposto a fare anche le primarie se qualcuno, nel caso, pensasse che fossero necessarie.
Calenda e Renzi sono con lui, basta che non ci sia il M5S, che a sua volta ha fatto sapere che non se ne parla proprio se non si mette una croce sopra al termovalorizzatore che il sindaco Pd vuole costruire nella Capitale.
In Lombardia la questione è ancora più complicata, la regione è la capitale economica del Paese, la più dinamica e a dimensione europea, la candidatura di Letizia Moratti ha aperto una faglia profondissima nel centrosinistra e tra i dem in particolare, riproponendo il dilemma della contrapposizione tra l’anima riformista e quella ‘barricadera’ del partito.
Il Terzo Polo si è schierato subito con l’ex sindaco di Milano e esponente di spicco del mondo liberal-imprenditoriale lombardo, oltreché del centrodestra nazionale, invitando i Democratici a fare la stessa cosa provocandone l’irritazione. Letta, indignato, ha detto “mai e poi mai” rifiutandosi di sedersi a un tavolo e parlare, ci mancherebbe.
Nel frattempo non hanno un candidato da proporre per una onorevole, certa sconfitta, quelli più autorevoli come Cottarelli e Pisapia hanno declinato l’invito decisi a rimanere uno a fare il senatore, l’altro il deputato a Bruxelles: perché metterci la faccia che potrebbe essere spesa per più pregevoli iniziative?
Il dissenso comunque non manca, anche se sembra prevalere l’ala più integralista che “la Moratti è come un diavolo”. C’è chi non capisce proprio la chiusura aprioristica a qualsiasi ragionamento sulla possibilità di intavolare un confronto con una donna che non ripudia il proprio passato, ma che lo sente tradito ed è disposta a metterlo in discussione con nuovi interlocutori. C’è chi, insomma, vuole andare a vedere.
Un bel problema per il segretario che deve decidere se continuare a giocare in difesa, oppure passare all’attacco stravolgendo la prassi che finora ha solo prodotto sconfitte e alimentato il pericolo concreto di sparire dal panorama politico, portando il fardello di esserne stato il ‘becchino’. Salvare il Pd sarebbe una impresa epica, date le condizioni, a Science Po potrebbe tornare con una medaglia.
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Bene Letta. Purtroppo sei costretto a camminare facendo attenzione a non calpestare la melma di tutti quelli che si sono arricchiti con il partito, si son divisa la torta delle rappresentanze e sono addestratissimi per mandare il PD allo sfacelo.