

di Peppe Papa
Guidare un grande partito non è come gestire l’attività di un collettivo studentesco, o di un centro sociale, soprattutto se il Partito in questione è quello Democratico, strutturato e diffuso sul territorio con una fitta rete di circoli e sezioni che nei congressi ti hanno votato in maggioranza contro.
Elly Schlein deve uscire dall’equivoco se non vuole bruciarsi prima del tempo. Esaurita la fase del clamore, seguito all’inaspettata vittoria delle primarie ribaltando il risultato a favore di Stefano Bonaccini espresso dall’organizzazione, ha subito lo choc di trovarsi a vivere in un altro film rispetto a quello che si era immaginato.
E’ vero che sono passati appena tre mesi da quando ha preso le redini del Nazareno, ma nessuno si aspettava una performance politica tanto mediocre culminata con la disfatta delle ultime amministrative. Correre dietro al massimalismo rivendicativo di Conte e dei suoi Cinquestelle, non ha pagato, il mai abortito “campo largo” è da tempo una palude allagata, il mondo corre e a destra applaudono.
Il sogno della rinascita, insomma, interrotto da un brusco risveglio e dai primi malumori interni che puntuali si sono fatti sentire. In men che non si dica il Pd è ritornato ad essere quello di sempre, diviso in fazioni incapaci, nonostante gli sforzi, di fare sintesi delle loro diverse storie politiche di provenienza.
A sorpresa, tanto per dire, hanno ricominciato a parlare i cosiddetti ‘riformisti’ finora rimasti in sonno e che hanno, con il massimo del garbo formale, approfittato per porre delle questioni. “Il posizionamento del partito” lo ha chiamato Lorenzo Guerini. “La necessità di essere inclusivi” ha sottolineato il cattolico Graziano Delrio.
Vale a dire, cambiare passo, guardare altrove, riconsiderare le priorità, ridefinire il perimetro delle alleanze, recuperare un sano approccio moderato e riformista alle sfide proposte dalla modernità. Solo che c’è chi non la vede allo stesso modo, a sinistra Andrea Orlando è stato categorico nel chiedere più risolutezza sulla strada della radicalità: “il partito va rifondato”.
Sembra essere ritornati indietro a qualche mese fa, quando tutti davano per morti i dem, destinati a un’ultima dolorosa scissione, evitata per il rotto della cuffia proprio con l’elezione della Schlein spinta dal favore popolare. La frattura tra le diverse anime che convivono nel corpaccione molle che è il Pd, non sembra possa rimarginarsi. Converrà accettarlo, prima o poi.
Intanto c’è chi guarda con interesse all’evoluzione della vicenda ed è pronto a scommettere sul finale. Matteo Renzi non ha mai nascosto di lavorare alla decostruzione del partito, di cui è stato l’ultimo vero leader segretario, per dare vita a un fronte liberaldemocratico e riformista di ispirazione europeista in grado di sfidare la destra al momento egemone in Italia e non solo.
Non a caso ha evitato, a differenza dell’atteggiamento snob assunto dal suo ‘pard’ del Terzo Polo Carlo Calenda, che non ha mancato di infliggere l’ennesima lezioncina politica alla segretaria dem, di rigirare il coltello nella piaga posizionandosi all’ascolto e l’osservazione. Forzare i tempi non servirebbe a niente, se i ragionamenti sono giusti e la logica è come la matematica, ben presto, ancora prima delle europee prossime, ne vedremo delle belle.