

di Peppe Papa
E anche Elena Bonetti si fa il suo partito perché “il Terzo Polo non è morto”. Anche lei, vittima della vanità, ha scoperto di possedere il sacro ‘fuoco’ della politica e ha deciso di dare vita a una ‘associazione’ tutta sua. Si chiamerà “Per”, acronimo di Popolari, europeisti, riformatori e conta di dare vita, in compagnia di Carlo Calenda, al progetto di una nuova forza politica liberale, riformista e bla, bla,bla.
Gli andava stretta Italia Viva, l’ombra soffocante di Matteo Renzi che pure l’aveva valorizzata facendola uscire dall’anonimato fino a nominarla Ministro, si era fatta insopportabile per il suo ego cresciuto in maniera esponenziale insieme alla ‘fama’. L’addio inevitabile, meno l’acredine con la quale si è consumato, tanto da escludere qualsiasi possibilità di averci a che fare nuovamente in futuro.
“Dialogare con Renzi? – ha dichiarato nell’intervista a Repubblica in cui ha annunciato il progetto – Se voleva far ripartire il Terzo Polo aveva più di un modo: ricucire con Calenda per esempio, o trattenere nella comunità chi, come me o Ettore Rosato, non voleva rompere. Io per averlo detto e ripetuto, l’ho pagata”.
Insomma con Matteo è finita definitivamente, e non per colpa sua, sia chiaro. Intanto si propone, forte di un carisma per forza di cose finora tenuto nascosto, di riuscire “a chiamare a raccolta e far dialogare realtà troppo spesso escluse dal dibattito pubblico”, che sono poi sempre le stesse: “reti civiche e di imprese, giovani, professionisti e donne che i partiti non ascoltano”.
Far ripartire il Terzo Polo “senza Iv che si è sfilata”, grazie ai “capricci” del suo capo, e restituire “fiducia ai tanti italiani che ci hanno votato e non si rassegnano al naufragio di un progetto politico che rischia di morire”. Mettere a disposizione di Calenda, che “ha capito che serve qualcosa di più ampio e plurale”, un laboratorio di aggregazione e partecipazione “che abbia come fine la costruzione di quello spazio promesso alle elezioni”.
Questo, ovviamente, non vuol dire entrare in Azione, anzi, ma fornire un ‘pacchetto di mischia‘ in grado di fargli vincere la partita contro il proprio competitor ‘centrista’. Che poi effettivamente ciò si traduca in un successo elettorale alle europee, dove sicuramente aspira a candidarsi, è tutto da vedere.
Ci vogliono i voti e in dote la Bonetti personalmente non ne porta molti, nell’unica esperienza alle urne nel 2018, all’epoca con il Pd renziano, finì terza non venendo eletta e solo grazie al suo vecchio mentore riuscì a emergere segnalandosi in seguito tra le più fedeli del leader. Vanagloria?
Probabilmente sì, che è poi la sindrome che ha colpito parecchi di quelli che hanno avuto a che fare con il tocco ‘magico’ di Renzi che ha spadroneggiato per un lustro nel centrosinistra prima di essere impallinato dal fuoco amico. A cominciare da Calenda che ha ingaggiato con lui una battaglia campale per la leadership del fronte progressista, illudendosi di poterne incarnare l’alternativa.
Fatto sta che, al di là dei proclami, il suo partito non si schioda dal poco più del 3% attribuitogli dai sondaggi, sempre che poi corrispondano a consensi certificati dalle urne, e la politica latiti ai fini della costruzione di quel fronte “repubblicano”, evocato nella retorica, ma che non si vede, o quanto meno marcia confuso circondato dallo scetticismo.
Colpa di Renzi, non c’è dubbio, se ha prodotto dei ‘mostri’, gente sì capace di reggere la manovalanza politica, ma senza “quid” che ha creduto, a un certo punto, di potere fare a meno di lui, diventandone carnefice. Un delirio psicotico che nei fatti ha bloccato, e sta bloccando, la nascita di una alternativa autenticamente riformista per il Paese.