

di Peppe Papa
E fu la piazza, quella del Popolo a Roma, riempita dal Pd e da tempo evocata che finalmente ha preso forma, offrendo un bel colpo d’occhio, l’immagine di un popolo unito in marcia verso la vittoria. C’erano tutti, l’amico-nemico Giuseppe Conte sinceramente impressionato dall’adunata, i gemelli diversi Andrea Bonelli e Nicola Fratoianni della sinistra-sinistra, il sindacato massimalista di Maurizio Landini, gli ex Articolo 1 rientrati alla base, la galassia della società civile impegnata e cani sciolti pro-Hamas, efficacemente tenuti a bada dall’imponente servizio d’ordine.
Manifestazione riuscitissima, dunque, anche se è servita a ricompattare il governo che subito ha fatto quadrato e dare una prospettiva all’opposizione, improntata al populismo del No incondizionato a qualsiasi iniziativa dell’esecutivo di destra, che ha il difetto di non avere una proposta alternativa, tranne buone e vaghe intenzioni. Senza contare che mancava, in quella piazza, il mondo liberaldemocratico, il fatidico centro del centrosinistra senza il quale non si va da nessuna parte. Ma questo a Schlein e compagni, non è sembrato importare più di tanto.
Contava il colpo d’occhio e la promessa di dare battaglia fino alla presa del Palazzo, insomma, una specie di assemblea studentesca condotta alla grande e strabordante d’entusiasmo. Uno straordinario Girotondo come ai bei tempi, con il neo “Comitato del No contro il premierato” della rediviva proto-ulivista Rosy Bindi a fare da testa d’ariete, poi nient’altro. Che fare? Si vedrà. Non certo una prospettiva che piace a una parte consistente del partito.
Lorenzo Guerini per dire, capo della corrente Base rifomista, che non si è lasciato impressionare dalla partecipazione di popolo e ha puntualizzato. “Lavoriamo a un’alleanza larga con le forze presenti in piazza, ma che guardi anche a quelli che non c’erano”. Vale a dire ai moderati di Calenda, il centro di Renzi, Più Europa, gli ex renziani di Per, la nutrita componente cattolica. Nessuno dei quali vuole avere a che fare con il M5S, ed è un problema, se invece i dem ne vorrebbero fare il loro principale alleato anche a costo di esserne fagocitati.
Il voto delle europee rappresenterà il banco di prova della giovane segretaria dalle belle speranze, un risultato sotto il 20%, che pure non sarebbe da disprezzare visto l’andazzo, rappresenterebbe una batosta difficile da digerire e segnerebbe la fine della sua leadership, i ‘capoccia in sonno’ del partito gliela farebbero pagare, questo è sicuro. Paolo Gentiloni, commissario uscente a Bruxelles, pare sia già stato allertato per sostituirla e chissà non prenda corpo un’altra scissione, nessuno se ne meraviglierebbe. Nel caso, a Palazzo Chigi, avrebbero di che brindare per i prossimi dieci anni.