

di Peppe Papa
Ogni anno di questi tempi, come di consuetudine, sui media nazionali va in scena il teatrino imperniato sulla dichiarazione dei redditi di senatori e deputati. Si stila la classifica che va dal più ricco, il “Paperone” di turno, al più ‘sfigato’ che generalmente vive con il solo stipendio da parlamentare e si va avanti così per qualche giorno mettendo in piazza gli “affari della casta”.
E’ l’occasione anche per regolare qualche conto, alimentare il risentimento popolare e spingere da una parte e dall’altra gli schieramenti. E, mai come a questo giro, i nomi venuti fuori a ricoprire il primo e l’ultimo posto della graduatoria, potevano essere più iconici per la rappresentazione come quelli di Matteo Renzi, il ricco, e Giuseppe Conte, il povero. Un binomio perfetto per il livello della narrazione che ne è seguita.
Il bersaglio un po’ di tutti, c’era da aspettarselo, è stato il senatore fiorentino, l’antipatico per antonomasia, che ha dichiarato al fisco poco più di tre milioni di euro, superando l’archistar e senatore a vita, Renzo Piano piazzatosi secondo. La prova di chi usa la politica per il suo tornaconto personale, sono stati tirati in ballo i suoi ‘rapporti arabi’, il giro poco chiaro di conferenziere e consulente, la presunta attività di lobbyng.
I principali giornali nazionali hanno passato al setaccio le sue attività, cercando di metterne in mostra la cinica avidità politico-imprenditoriale. Un accanimento che non si spiega se non con lo scopo di eliminare un avversario scomodo, fuori dagli schemi che rappresenta un pericolo per i giochi di potere dell’attuale modesta classe dirigente politica italiana. Che è poi il punto di forza di Renzi.
Il quale non ha mostrato alcuno imbarazzo, anzi, ne ha approfittato per rivendicare la sua condizione benestante e attaccare i rancorosi detrattori. “In queste ore – ha scritto sui social – alcuni media si occupano con tono scandalizzato dei redditi dei parlamentari. Lasciatemelo dire a voce alta amici: sono fiero di aver contribuito con più di un milione di euro alla vita della comunità”.
Poi l’affondo: “E non mi vergogno di pagare in un giorno il triplo di quello di Giuseppe Conte ha pagato in un anno”. “Perché chi paga le tasse non si vergogna mai, si imbarazzino i furbetti non i cittadini onesti” ha concluso. Conte, già Conte, il capo del M5S quello con il reddito più basso, passato da oltre un milione dell’anno precedente, a poco più di 24mila euro del salario di deputato con milleottocento euro di tasse versate.
Per lui, tranne le scontate ironie delle testate di destra e l’altrettanta implacabile difesa del “Fatto quotidiano”, i commenti non hanno superato il livello di pura curiosità, insomma la notizia ha fatto meno rumore di quanto l’avvocato si aspettava. Era preparato a prendersi la scena, a giocare la parte, come ha fatto, di chi ha rinunciato a tutto pur di vivere in purezza la propria missione politica. Insomma, ci ha provato.
“In questo momento – ha detto – vivo dello stipendio di parlamentare, sapendo che prima o poi tornerò a fare il professore e l’avvocato”, questo tanto per chiarire che lui non è uno che vive di politica e un lavoro vero ce l’ha, cosa che piace molto al suo popolino di riferimento. “A una parte dello stipendio – ha poi aggiunto per rendere l’idea del disinteresse al vil denaro – così come gli altri eletti del Movimento rinuncio e ci togliamo belle soddisfazioni, vi assicuro”.
Intanto si è messo in aspettativa dall’università, vive con i risparmi, che negli anni passati devono essere stati evidentemente alti, e in quanto alla professione legale dice di aver sospeso ogni attività per non incorrere in possibili conflitti di interesse. E ha anche fatto sapere, già che c’era, di avere rinunciato a “svariati incarichi” professionali “al termine dell’esperienza di presidente del Consiglio“. A differenza di qualcun altro.
Difficile credergli, ma tant’è, basta per affermare di non essere secondo a nessuno pur accettando di ‘vivere’ da francescano.