

di Peppe Papa
Andrea Orlando non avrà preso benissimo la netta affermazione del suo partito e della coalizione larga di centrosinistra che ha conquistato l’Umbria e l’Emilia-Romagna. Gli ha ricordato beffarda quello che poteva essere e non è stato, della sua mancata elezione alla presidenza della Liguria e dei veti che ne hanno impedito la vittoria.
La lezione che senza liberali e riformisti non si va da nessuna parte, è stata sperimentata a sue spese, sacrificato alle bizze di Travaglio e Conte che, all’ultimo momento, avevano imposto a lui e al Pd l’esclusione dalla coalizione di Renzi e i suoi, determinandone la sconfitta d’un soffio, “un rigore a porta vuota” con il pallone mandato in tribuna.
L’affermazione dei dem è stata incontestabile e ha trascinato con sé il resto del cartello, ma consegna, appunto, un dato altrettanto incontrovertibile che deve interrogare la segretaria Schlein. Sia in Emilia-Romagna che in Umbria i nuovi presidenti sono espressione di un mondo per niente radicale, ma moderato, cattolico, riformista e della buona amministrazione.
Non a caso si tratta di due sindaci, molto apprezzati dalle loro comunità, che hanno saputo tenere insieme il frastagliato e litigioso fronte progressista, sollecitando nel contempo la partecipazione civica. Vanno bene, dunque, le rivendicazioni identitarie, l’assemblearismo para studentesco, le battaglie civili e le parole d’ordine su lavoro, uguaglianza, lotta alla povertà e terzomondismo, alla fine conta la sostanza delle scelte politiche e la credibilità nella capacità di sostenerle.
La componente riformista del Pd, che pure esiste, dovrebbe a sua volta uscire dal torpore e porre con forza nel partito, una volta e per tutte, la questione di una svolta in senso ‘governista’ del progetto politico di alternativa alla destra al potere. Che si può battere, ma a certe condizioni. Va bene l’unità di tutti, come va predicando la segretaria, purché il centro sia l’alleato privilegiato. Non c’è altro modo per vincere.
Chi gongola, invece, è Renzi che in conferenza stampa al Senato ne ha approfittato per mandare segnali a tutti. A Schlein, tanto per cominciare, alla quale ha ribadito la disponibilità a collaborare e non ha mancato di far notare lo scellerato atteggiamento assunto in Liguria nei confronti di Italia Viva. Ai vari leader centristi che spuntano come funghi e ne sanno una più del diavolo, che poi alle urne valgono zero. Sui Cinquestelle e Conte, non ha voluto infierire. Loro viaggiano verso l’estinzione.
Insomma, è indispensabile, lo sa e lo ha detto apertamente. “Io faccio politica” ha ribadito orgoglioso. E di politica c’è bisogno. Schlein ha dimostrato di essere “testarda”, come va vantando, e bisogna riconoscergli che l’ostinazione, purché molto confusa, che ci sta mettendo nella ricerca dell’unità, ha risvegliato un certo entusiasmo nel proprio popolo di riferimento con il quale, timidamente, sta ricostruendo una connessione. Bisogna, adesso finire il lavoro.