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La salita, il rito e la festa per Mamma Schiavona: la Candelora di Montevergine

Foto di Alfredo Toriello

Nella giornata del 2 febbraio presso il Santuario della Madonna di Montevergine, situato sul montuoso Partenio in provincia di Avellino, l’appuntamento annuale per il tradizionale pellegrinaggio chiamato la “Juta dei Femminielli

di Chiara Sacco

Nella giornata del 2 febbraio presso il Santuario della Madonna di Montevergine, situato sul montuoso Partenio in provincia di Avellino, si è rinnovato l’appuntamento annuale che vede riuniti fedeli e appartenenti alla comunità queer, per il tradizionale pellegrinaggio chiamato la “Juta dei Femminielli“. La “juta” è proprio l’ “andata” e dunque il cammino che si snoda lungo il monte e che giunge sino all’icona della Madonna nera, “Mamma Schiavona”, colei che “tutto concede e tutto perdona”.

Questa festa si iscrive in un più ampio calendario devozionale, nato dalla leggenda, di epoca medievale delle sette madonne sorelle, alle quali vengono dedicate festeggiamenti da febbraio a settembre. Sorelle bellissime, ad eccezione di una, quella di Montevergine, discriminata per la sua carnagione scura e per questo costretta ad isolarsi, trovando dimora sulla cima del monte.

Secondo la tradizione, nel febbraio del 1256 avvenne il miracolo che consacrò questo luogo e la sua protettrice. Due giovani uomini omosessuali furono scoperti a baciarsi e di fronte a questo evento, intollerabile per la comunità, i due innamorati furono denudati e cacciati dal paese. Vennero poi legati ad un albero, lasciando così che fosse il freddo, o le fiere feroci a punirli togliendo loro la vita. La Vergine però, commossa alla vista dei giovani, spezzò le catene e lì scaldò al sole, salvandoli così da morte certa. La popolazione accorse ma non poté fare a meno di attestare il miracolo e leggere l’avvenimento come  un gesto di tolleranza.

E’ questa una tradizione ancora più antica, stratificata, che vive di una natura molteplice, sacra e pagana.  Non è un caso infatti che il santuario di Montevergine sia stato eretto sulle rovine di un antico tempio dedicato a Cibele, dea che generò il cosmo benché vergine e che dunque la madonna sia un’icona di transizione e la Candelora rappresenti un’ultima sopravvivenza dei riti dedicati alla dea.

Questa è comunemente rappresentata circondata dai suoi devoti sacerdoti e da Attis, figlio e amante. Quest’ultimo, al quale Cibele dedicava tutto il suo amore, fu scoperto a tradirla e per il dolore e la vergogna di aver compiuto un tale gesto, decise di evirarsi. Venne però perdonato e diventò così un suo servo e officiante.

I sacerdoti del culto di Cibele, i cosiddetti Coribanti, intonando canti e suonando tamburi dai ritmi ossessivi, inducevano a balli estatici (la stessa Cibele è spesso raffigurata con un tamburello in mano) e conducevano un corteo di fedeli verso l’ascesa alla montagna sacra. Al culmine della celebrazione i sacerdoti si eviravano, offrendo il loro sesso in dono come dimostrazione di fedeltà ed infine indossavano abiti femminili. 

La Chiesa operò una sovrapposizione sincretica delle due figure femminili eppure la risonanza di questi culti così antichi ha continuato a perpetuarsi, oltre gli inganni del tempo, sopravvivendo non attraverso un processo di cristallizzazione ma di metamorfosi; si sono cambiati d’abito. Varie sono le narrazioni che affollano la storia di questo luogo, come l’incendio scoppiato la notte del 22 maggio 1611, durante la festa di Pentecoste. Furono in 400 a morire e tra i corpi si ritrovarono uomini vestiti da donne e donne vestiti da uomini.

Dunque questo, seppur breve corpus demologico, è utile a dimostrare come il travestitismo sia realmente un elemento di continuità di questo luogo con il suo passato, sia storico che leggendario. A oggi non ci si può esimere dal notare la strumentalizzazione delle sue componenti più folkloristiche, che ne ha ridimensionato forse gli aspetti più spontanei, ricodificandone il significato collettivo e svuotandolo di una più intima dimensione magico-religiosa.  

Eppure nella sua dichiarata complessità, nei canti che accompagnano l’ingresso al santuario, nel raccolto silenzio della preghiera, nelle candele accese dai fedeli, nei momenti parossistici della danza e soprattutto nell’alleanza dei corpi, tutto ciò si fa ancora e ancora testimonianza, eredità, memoria. 

Foto di Alfredo Toriello

1 Comment

  1. serena cirillo ha detto:

    Articolo molto interessante che illustra bene la ritualità della celebrazione in oggetto

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