

di Vincenzo Marini Recchia
La vittoria dell’astensionismo colpirà in ugual modo gli stati maggiori del populismo di destra e di sinistra. Gli elettori italiani ragionevoli non dovrebbero aver dubbi in proposito. I referendum, sull’attuale normativa del lavoro, sono stati voluti con il chiaro intento ideologico di dissolvere il simbolo più concreto ed efficace di una stagione riformista che ha spaventato tutti i detentori dei privilegi corporativi del paese.
Abrogare queste norme sposta le lancette verso un passato di confusione senza alcun vantaggio per chi lavora. Solo danni. Se l’astensionismo produrrà il mancato raggiungimento del quorum per i quesiti, che rappresentano il cuore della diversità tra riformisti e massimalisti, il riflesso di un tale fallimento, per i proponenti, sarà molto pesante.
Per la componente riformista dentro il Pd sì tratterà, molto probabilmente dell’ultima vera occasione che la storia offre loro per ritrovare autonomia, voce e rilevanza, dentro il mondo dei nuovi produttori e delle nuove intellettualità.
Per la destra che, compattamente propone l’astensione con l’evidente intendimento di rafforzare l’opposizione degli inetti, il risultato le farà sperimentare una inaspettata eterogenesi dei fini.
Naturalmente la eventuale sconfitta referendaria obbligherà la parolaia massimalista, che governa l’eredità postcomunista del Pd, ad aggiungere qualche strapuntino alle poltrone parlamentari assicurate ai due, o tre sceriffi che la sostengono, in nome del riformismo. Nel caso, accettassero di farla fare, sarebbe la sanzione definitiva di un suicidio politico.
Sospetto che, anche a fronte di una congiuntura geopolitica molto drammatica, maturino le condizioni soggettive per radunarsi fuori dal Nazareno, e intraprendere, con qualche virile coraggio e intelligenza liberata dalla coabitazione con i ciucci, il viaggio che si attende dal 1956.
Per i volenterosi liberi, dalle Alpi al Lilibeo, astenersi, l’8 e il 9 giugno, è un imperativo costituzionale, etico e politico. Oltre che un modo elegante di andare oltre le polemiche tra i Renzi, i Calenda, i Magi e i Marattin, ed appuntare lo sguardo verso profili più saldi, sobri ed unificatori.