

di Peppe Papa
Le chat sono incandescenti. In quelle dei liberal, dei riformisti, dei moderati del fronte di centrosinistra campano, il termometro è salito alle stelle. E non per le temperature di luglio, ma per un nome che da giorni ha fatto esplodere tensioni mai sopite: Roberto Fico.
Sì, proprio lui. L’ex presidente della Camera, vecchia guardia degli scappati di casa del Movimento 5 Stelle, è oggi – salvo colpi di scena – candidato alla presidenza della Regione Campania per il “campo largo”, frutto dell’accordo stretto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Un’intesa definita “strategica” da Roma, ma che a Napoli ha lasciato sul campo sconcerto, inquietudini e una valanga di interrogativi.
Nel mirino c’è tutto l’armamentario Movimentista rappresentato da Fico: le posizioni ambientaliste integraliste, il suo passato da “grillino ortodosso” che definiva il Pd “complice del sistema marcio”, il suo cavallo di battaglia più convinto – la chiusura del termovalorizzatore di Acerra – considerato dai liberal “una follia ideologica” e da molti amministratori locali “una bomba sociale”.
Chi conosce bene gli ambienti del centrosinistra campano sa che la mossa ha lasciato tutti spiazzati. I sindaci moderati, i consiglieri regionali uscenti di area riformista, i referenti del mondo delle professioni e dell’associazionismo più pragmatico si sentono scavalcati, ignorati. In molti, anche tra i fedelissimi del presidente uscente Vincenzo De Luca, parlano apertamente di “un patto scellerato” che rischia di consegnare la regione al centrodestra o, peggio ancora, di produrre un’impennata dell’astensione.
Ed è proprio su De Luca che ora si concentrano le attenzioni. Perché, al netto dei comunicati ufficiali e delle dichiarazioni diplomatiche, la realtà è che il governatore ha prima detto no alla candidatura di Fico. Poi, dopo un faccia a faccia con Giuseppe Conte – e prima ancora di vedere Schlein – ha cambiato linea. Un assenso, il suo, che secondo più fonti sarebbe arrivato solo a fronte della garanzia di mantenere il controllo su settori chiave della futura amministrazione: bilancio, sanità, agricoltura, trasporti. Uno “scambio”, lo chiamano alcuni di cui, nei corridoi della Regione, se ne parla con sempre meno imbarazzo.
Il tutto mentre la segretaria dem – Elly Schlein – ancora formalmente al timone della baracca del Nazareno, ma che nei fatti si è vista passare sopra la testa un accordo che riguarda una delle regioni più importanti del Mezzogiorno. “È stata commissariata da Conte e da De Luca insieme”, dice con un pizzico di sarcasmo un consigliere regionale uscente. “E adesso, chi la ricompone questa frattura?”
Sul tavolo, infatti, c’è la possibilità concreta che una parte significativa del blocco riformista e moderato diserti le urne. “Così non si va da nessuna parte”, si legge in più di una chat. “Ci costringono a scegliere tra l’ideologia ambientalista grillina e un centrodestra senza volto. Ma noi non siamo più disposti a ingoiare qualsiasi rospo”.
Un malumore che va oltre i semplici sfoghi. C’è chi valuta l’ipotesi – estrema ma non più impensabile – di guardarsi intorno. Qualcuno è in attesa, altri sondano il campo avverso. “Se il centrodestra dovesse candidare una figura autorevole e di garanzia, il quadro può cambiare completamente”, rivela un assessore che ovviamente preferisce restare anonimo.
Al momento, però, il centrodestra è in alto mare. Nessun nome ufficiale, un rebus che pare sarà sciolto solo dopo la definizione delle altre partite regionali, in particolare quella del Veneto. Ma circola con insistenza quello di Edmondo Cirielli, esponente di Fratelli d’Italia, attuale viceministro agli Esteri, che però i sondaggi danno almeno dieci punti sotto Fico. Uno svantaggio che – ed è qui il punto – potrebbe essere colmato proprio dai voti dei potenziali transfughi del centrosinistra.
La partita, insomma, è apertissima. E se De Luca ufficialmente fa buon viso a cattivo gioco, assicurando di “tenere tutto sotto controllo”, non è detto che le sue truppe lo seguano compatte. Il governatore, del resto, ha dovuto già incassare critiche anche dall’interno per il passo indietro – tardivo, ma significativo – sulla presenza del direttore d’orchestra Valery Gergiev, noto sostenitore del regime putiniano, alla Reggia di Caserta. Una figuraccia evitata solo all’ultimo minuto, che ha fatto storcere il naso anche tra i suoi.
Segnale di un indebolimento? Forse. I più navigati, però, predicano prudenza: “Vincenzo sa fiutare l’aria meglio di tutti. Se ha accettato Fico, è perché ha ottenuto qualcosa di molto concreto. Ma ora deve gestire il dissenso, e non sarà facile”. Intanto, nel campo liberal si attende. Qualcuno prepara un documento, altri tessono reti parallele. Un’alleanza costruita tra Roma e Napoli, ma senza la base. E questo, in Campania, potrebbe rivelarsi un errore fatale.