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Testardamente uniti… a perdere? La tragicomica saga del Pd e i suoi alleati verso le Regionali

L’ultima disavventura, quella dell’avviso di garanzia consegnato all’ex sindaco di Pesaro e candidato del centrosinistra nelle Marche, Matteo Ricci, mette in discussione la possibilità di conquistare la regione governata dal centrodestra

di Vittorio Keller

Che le elezioni regionali potessero rappresentare una tranquilla gita fuori porta per il centrosinistra era un’illusione da settimana enigmistica. Un rebus politico che, più che risolversi, si complica tappa dopo tappa, regione dopo regione, polemica dopo polemica. E come ogni giallo che si rispetti, anche questo ha la sua dose di colpi di scena: il più recente si chiama Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro e neocandidato per le Marche, con avviso di garanzia incorporato.

Insomma, la corsa alle urne nella regione guidata dal meloniano doc Francesco Acquaroli si preannunciava “contendibile” – parola magica nel gergo del Nazareno – ma ora rischia di trasformarsi nell’ennesima Waterloo travestita da picnic progressista. La segretaria Elly Schlein, che aveva inaugurato la sua leadership con la parola d’ordine “unità”, forse non aveva messo in conto che stare insieme, in Italia, è più difficile che formare un governo in Belgio.

Lo slogan “testardamente unitaria“, con cui Elly ha battezzato l’ennesimo tentativo di far convivere anime inconciliabili (dal post-ex-ulivista al grillino pentito passando per il socialista da salotto), è diventato col tempo una specie di ironica etichetta per una coalizione che ha tutto tranne che la compattezza.

Il caso Ricci, al momento, è solo l’ultimo inciampo in un sentiero già costellato di mine politiche. In Emilia-Romagna, Schlein ha dovuto mediare tra nostalgici del bonaccinismo e neoambientalisti radical-chic. In Sardegna, l’alleanza ha vinto – quasi per sbaglio – grazie a un candidato che non era del PD. In Abruzzo, hanno perso male, ma con eleganza. E ora nelle Marche, dove si sperava in una rimonta epica, il candidato scelto rischia di finire più nei titoli di cronaca che in quelli della vittoria.

E Giuseppe Conte? Lui c’è. Sempre. Pronto, sornione, ad alzare il sopracciglio. Il leader del M5S, che sogna una coalizione progressista ma solo se decisa ai suoi tempi e secondo i suoi dogmi, ha già fatto sapere che “vuole vederci chiaro”. Un eufemismo per dire: “se Ricci non ci convince, noi ci smarchiamo (ancora una volta)”.

Un bel problema per Elly, che si ritrova così a dover tenere insieme pezzi di sinistra che si odiano cordialmente, con l’aggravante che Conte non vuole fare da ruota di scorta, ma neanche da ruota. Un alleato a metà, insomma. Sempre sul punto di andarsene, ma con un piede ben piantato nella coalizione, ché non si può mai sapere. E poi ci sono i piccoli partiti, le liste civiche, i sindaci ribelli, i comitati del “noi sì, ma non con lui”, e un crescente senso di spaesamento nell’elettorato.

In tutto questo, Schlein continua a parlare di futuro, diritti, giovani, clima e inclusione, mentre il suo partito è impegnato a decidere quale corrente deve avere il diritto di mettere il logo sulla locandina elettorale. Il Nazareno, sotto la sua guida, sembra sempre più simile a un campus universitario in autogestione, con tanto di occupazione permanente e mozioni d’indirizzo ogni tre giorni.

Il problema, però, è che la politica non è un seminario di studi interdisciplinari: servono strategie, leadership e – sorpresa – candidati credibili. E al momento, la proposta del centrosinistra appare come un patchwork ideologico cucito con filo da pesca. Una “accozzaglia”, come direbbe un loro vecchio nemico, che rischia di dissolversi alla prima pioggia di sondaggi sfavorevoli.

E allora ci si chiede: riuscirà Elly Schlein a tenere insieme i cocci? O sarà ricordata come la capitana di un Titanic progressista, impegnata a ballare sul ponte mentre la prua affonda tra i veti di Conte, le inchieste giudiziarie e l’apatia dell’elettorato?

Certo, la segretaria può contare ancora su una base entusiasta, spesso più ideologica che strategica, che le riconosce coraggio e coerenza. Ma il tempo dell’attesa è finito. E le urne, si sa, non fanno sconti. Né per i “testardamente uniti”, né per chi non ha ancora capito se vuole guidare un partito o una comunità terapeutica.

Alla fine, forse, il centrosinistra riuscirà anche a vincere qualche regione. Magari proprio le Marche, per ironia della sorte. Ma se questo accadrà, sarà più per demeriti altrui che per meriti propri. Il che, in politica, è la più pericolosa delle vittorie. Quella che ti illude di aver fatto tutto bene, mentre stavi solo sbagliando insieme, testardamente e uniti.

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