

di Peppe Papa
Ottanta righe potrebbero non bastare, ma se bastasse una sola parola per descrivere lo stato d’animo dei riformisti del Partito Democratico, quella parola sarebbe: intontiti. Fermi, immobili, paralizzati davanti a un partito che deraglia e a un’agenda politica dettata da altri. Mugugnano, certo. Sempre mugugnano. Nei corridoi, sui messaggini criptici ai giornalisti amici, in qualche riga ben calibrata affidata a un post su Facebook alle 22:45. Ma quando si tratta di alzare la testa, di fare opposizione dentro il partito, di indicare un’alternativa vera, allora cala il silenzio. Ritornano al solito “tran tran” di cui sembrano ormai prigionieri da mesi.
Eppure, per un momento, era sembrato che qualcosa si muovesse. Ricordate il referendum contro il Jobs Act? Una fiammella. Un fremito. Un’illusione. Una reazione tanto timida quanto effimera. Così come sulla questione del riarmo europeo: parole mezze dette, posizioni annacquate, il solito gioco delle parti per non disturbare troppo il manovratore.
Il manovratore, appunto. Giuseppe Conte. Quello che detta tempi e contenuti al PD, senza neanche sforzarsi troppo. Schlein segue, spesso in silenzio, e con lei tutto il partito. Riformisti compresi. Nessuno che metta in discussione l’abbraccio sempre più soffocante con il Movimento 5 Stelle. Nessuno che osi alzare il dito e dire che questo matrimonio, più che di convenienza, sa di subalternità.
E mentre Conte gioca da leader, i riformisti fanno tappezzeria. Anche davanti all’imbarazzo delle inchieste: quella che coinvolge il sindaco Sala a Milano, e quella su Matteo Ricci a Pesaro. Due casi politici e giudiziari che meritavano almeno una parola. Una presa di posizione. Una difesa o una condanna, ma qualcosa. Invece niente. Silenzio. Si tira a campare nella speranza che la stampa se ne dimentichi presto.
Il caso Ricci, per inciso, potrebbe costare la candidatura alla presidenza della Regione Marche dell’ex sindaco di Pesaro del PD, dato davanti nei sondaggi. Ma anche su questo, nessuno che metta giù un ragionamento politico. Un’analisi. Una proposta alternativa. Solo attesa e rassegnazione.
Poi c’è la Campania. E lì il silenzio si fa complicità. La decisione calata dall’alto di appoggiare Roberto Fico a Palazzo Santa Lucia ha lasciato di stucco non solo la base ma anche molti dirigenti locali. Nessuna consultazione, nessun dibattito, nessuna discussione. La linea è stata scritta a Roma, in quel tavolo congiunto Pd-M5S-Avs-Iv con la ‘regia’ di Vincenzo De Luca, il ras uscente. E i riformisti? Zitti. Incassano e sperano di non perdere altri pezzi di consenso.
Ma il consenso è già in fuga. La base è in ebollizione. Gli iscritti sono stanchi, delusi, arrabbiati. Si parla già apertamente di astensione di massa. I circoli sono allo sbando. E, nel frattempo, il partito è commissariato in metà delle sue articolazioni locali. Non da ieri, ma da mesi. In certi casi da anni. Eppure, nemmeno questo basta a provocare uno scatto di orgoglio, una reazione, un moto d’anima.
Ci si chiede cosa aspettino, i riformisti. Che tutto crolli? Che un nuovo leader li tiri fuori dalla palude? Che qualcuno li autorizzi a essere protagonisti? Nel frattempo, Calenda fa la sua parte – come sempre: dice che con Fico mai, ma poi non dice con chi. A Napoli molti suoi uomini strizzano l’occhio proprio a Fico, altri si guardano intorno. La confusione regna sovrana, ma almeno lì si fiuta un tentativo, per quanto goffo, di posizionarsi.
E nel PD? Nulla. Nessuno che metta in fila tre idee. Nessuno che dica: “Scusate, ma così non si può andare avanti”. Nessuno che osi aprire una discussione seria sull’identità, sulla linea, sul futuro. A novembre si vota. Ma votare cosa? Votare chi? I cittadini di sinistra che non si riconoscono nei Cinque Stelle dove dovrebbero andare? Perché non basta dire che “il campo largo è l’unica alternativa alla destra”. Serve dire come e a quale prezzo.
Ecco, tutto questo non lo stanno dicendo. Anzi, evitano proprio l’argomento. Perché prender posizione costa. E loro, i riformisti, hanno deciso che è meglio non rischiare. Il risultato? Un gruppo dirigente paralizzato, una classe politica senza coraggio, un’intera area culturale e politica che preferisce lamentarsi piuttosto che combattere. Il tempo stringe, le urne sono dietro l’angolo e qualcuno dovrà pur dirglielo, ai riformisti: fate qualcosa. Ora.
1 Comment
Noi donne e uomini comuni, nel percorso di una vita siamo stati chiamati a scelte difficili. La maggior parte di noi non si è tirato indietro.
Questi signori tengono il paese in stallo, perché ogni scelta comporta rinunce ai privilegi che abbiamo loro garantito.
Capisco i nostri figli, delusi da una politica sporca,
Non cambierà nulla, dicono
Che abbiano ragione ??????