

di Annalisa Pinto
Il dado è tratto. Elly Schlein non guida più il Pd: lo accompagna al guinzaglio, ma a tenerlo stretto è Giuseppe Conte. Perché di questo si tratta: un ricatto politico. O lui a Palazzo Chigi, o niente alleanza. E indovinate un po’? Schlein dice sì, con lo stesso entusiasmo di chi firma una cambiale sapendo che non riuscirà mai a pagarla.
Il capolavoro sta nella platea dem. Alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, Conte è stato accolto come un Che Guevara in giacca blu, un eroe dei due mondi che ha scoperto l’America della sinistra smarrita. Applausi, cori, selfie, standing ovation. Manca solo che gli regalino l’Unità in versione cartacea per rianimare i vecchi tempi, e il quadro è completo.
I vecchi arnesi della ditta? Pure loro ai piedi dell’avvocato. Dario Franceschini, l’eterno demiurgo dei cartelli elettorali, è salito sul palco per ricordare con nostalgia i giorni del Conte bis. Una specie di rimpatriata tra reduci, ma senza il vino buono e con la retorica annacquata. Sì, perché i grillini di una volta sono spariti, di Beppe Grillo si sono perse le tracce, Di Maio, Di Battista, Toninelli, Bonafede e compagnia si guadagnano il pane altrove.
Il fatto è che Schlein e Conte dicono le stesse cose. Stesso linguaggio, stessi slogan, stessa allergia alla concretezza. Una differenza, però, c’è: l’Ucraina. La segretaria difende ancora la linea occidentale e paga pegno con fischi sonori al festival del Fatto quotidiano. Travaglio ride sotto i baffi (che non ha), felice di assistere al linciaggio sonoro della pasionaria dem.
Ma la base, quella famosa “nostra gente”, sembra pensarla come l’avvocato: guai a rischiare la pelle per Kyiv. Il risultato è che la linea politica del Pd non è più scritta nelle sezioni, ma nei sorrisi di Conte. Un Pd a trazione grillina, che somiglia a quei crossover automobilistici: non hanno la solidità di una berlina né l’agilità di un citycar, ma vanno di moda.
Eppure, i dem continuano a convincersi che l’unica possibilità di battere Meloni sia appendersi al gonnellino dell’ex premier. Come se la scelta fosse tra vincere in ginocchio o perdere in piedi. Franceschini annuisce, gli ex capi applaudono, la segretaria insiste. Sembra il trailer di un film distopico: “Il Partito Democratico contro sé stesso”.
C’è una via d’uscita? Forse le primarie, ultima chiamata di democrazia tra alleati. Ma Conte, che di primarie non ne vuole sentir parlare, difficilmente si lascerà trascinare in quella giostra. Se dicesse di sì, sarebbe un miracolo. Se dicesse di no, resterebbe un diktat. O bere o affogare.
E il popolo capirà? Forse sì, forse no. Per ora si accontenta di battere le mani all’avvocato che un giorno si proclamava “del popolo” e oggi viene incoronato dal partito che voleva asfaltare. Una mutazione genetica in piena regola: il M5S diventato establishment, il Pd ancella.
In fondo, l’Italia è questa: trasformismo, standing ovation e amnesie collettive. La sinistra balla al ritmo del pifferaio Conte, Schlein lo segue rapita. E intanto, Meloni brinda da sola, al governo eterno.