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Centrosinistra, la corte dei miracoli del “campo largo”: tra Ucraina, irritazioni quirinalizie e crisi di identità


Cinque risoluzioni diverse delle opposizioni sulla proposta dei gruppi di maggioranza a proposito delle comunicazioni della premier in vista del prossimo Consiglio europeo

di Alfio Mancini

Nemmeno il tempo di stappare lo spumante per la riconferma di Eugenio Giani in Toscana, che il centrosinistra — o ciò che ne resta, sotto il nome ormai quasi sarcastico di “campo largo” — torna a fare ciò che gli riesce meglio: litigare con convinzione e confusione. L’occasione è ghiotta, anzi geopolitica: la risoluzione parlamentare sul sostegno all’Ucraina e le prossime discussioni di poltica internazionale a Bruxelles del 27 ottobre.

E lì, come in un film già visto e mai piaciuto, il fronte progressista si sfascia in diretta: Pd, M5S, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva (e un’ombra di Azione che ancora vaga tra le macerie del Terzo Polo) presentano quattro emendamenti diversi, quattro visioni inconciliabili, quattro modi diversi di dirsi “europeisti” senza esserlo mai allo stesso tempo.

Risultato? Tutto respinto. Ma il vero rigetto è politico, non tecnico: un’incompatibilità strutturale, un matrimonio mai consumato che però continua a celebrare anniversari immaginari.

Il Partito Democratico, con l’agilità di un funambolo su un filo sospeso tra Bruxelles e il Nazareno, tenta di restare nel solco dei Socialdemocratici europei. Un occhio all’Europa, uno (quello della prudenza) puntato sul Quirinale. Critica l’appiattimento del governo Meloni su Donald Trump — che è già un bel paradosso, visto che il tycoon non siede a Palazzo Chigi — ma evita di rompere davvero con la linea occidentale.

Dall’altra parte, i 5 Stelle e la coppia Verdi-Sinistra restano fermi nel loro riflesso condizionato: “niente armi, solo pace”, come se la geopolitica fosse una raccolta firme di quartiere. Italia Viva e Azione, in un raro momento di lucidità atlantista, confermano il pieno sostegno a Kiev e a Zelensky, sperando che qualcuno, da Washington o da Bruxelles, se ne accorga.

Nel frattempo, il Pd — in preda alla sua ormai cronica crisi di personalità multipla — non trova di meglio che astenersi pure sulla risoluzione grillina. Un capolavoro di tatticismo: non disturbare il manovratore, ma neppure dargli ragione.

Una maionese impazzita, per l’appunto. E il Colle, raccontano “fonti qualificate”, comincia a perdere la pazienza. L’irritazione di Sergio Mattarella sarebbe palpabile: troppa frammentazione, troppe bandiere diverse nel campo largo, troppe voci fuori dal coro in un momento in cui l’Italia, almeno sulla carta, dovrebbe parlare con una sola voce in Europa. E quella voce, volente o nolente, oggi è Giorgia Meloni.

Già, perché mentre il centrosinistra si scanna su chi deve portare il garofano o la bandiera della pace, la premier — tra una carezza a Orban e una telefonata a Ursula von der Leyen — riesce, con sorprendente abilità, a tenere insieme la sua coalizione e a conservare un profilo europeista credibile, almeno agli occhi dei partner. Il paradosso è servito: la destra governa come blocco, il centrosinistra si comporta da corte dei miracoli.

Conclusione? Non c’è partita. Al momento Meloni gioca in campo aperto, senza avversari degni di questo nome. Il centrosinistra continua a confondere la “pluralità” con la schizofrenia politica, la “ricchezza di posizioni” con il caos organizzato. E ogni volta che prova a mostrarsi compatto, finisce per ricordare più un congresso di condominio che un’alternativa di governo.

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