

di Annalisa Pinto
La Politica — quella con la “P” maiuscola, ma anche con la “C” di Corrente — ha imposto la sua legge. Il movimentismo radicale di Elly Schlein, dopo mesi di parole d’ordine e pose social, si è scontrato con la geometria spietata dei rapporti di forza interni e esterni al Partito Democratico.
Il risultato delle Regionali, che dovevano consacrarla come la Giovanna d’Arco del progressismo, si è rivelato un mesto bagno di realtà. Altro che “campo largo”: siamo al campo di battaglia. E se in Campania dovesse saltare l’alleanza, più che un disastro politico sarebbe una crisi d’identità.
Nel frattempo, nel ventre molle del Pd ribolle la solita minestra riscaldata: il “correntone”. A fine novembre, come in una rappresentazione d’avanguardia dal titolo “Aspettando Montepulciano”, nascerà la nuova creatura di Dario Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza.
Un trio che promette di “sostenere” la segretaria, ma che in realtà prepara una nuova fase di “orientamento interno”, formula elegantissima per dire: “mettiamole un freno, prima che ci porti tutti fuori strada“. I tre moschettieri della sinistra dem — già alfieri del sostegno a Schlein — tornano a fare ciò che sanno fare meglio: costruire equilibri, inventare sigle, presidiare il potere.
Franceschini, il più abile dei giocolieri del centrosinistra, ritrova i suoi vecchi sodali Orlando e Speranza per tentare l’ennesima operazione di ingegneria politica: un “aggregato di sostegno critico”. Cioè, la solita corrente, ma con più garbo e un buffet vegetariano.
Nel frattempo, il fronte dei riformisti è in piena diaspora.Stefano Bonaccini è finito sotto processo politico per eccessiva moderazione. Lorenzo Guerini ha fondato “Crescere” — titolo ironico per una corrente che nasce già in miniatura — e ha portato con sé una carovana di ex bonacciniani spaesati: Quartapelle, Sensi, Verini, Malpezzi, Picierno e compagnia cantante. Un esercito di reduci che guarda con nostalgia al tempo in cui il Pd era un partito e non un sudoku di sigle.
Nel frattempo, Schlein appare sempre più sola, circondata dal suo cerchio magico: Taruffi, Bonafoni, Furfaro, Boccia, Alivernini, Righi. Una squadra di fedelissimi che sembra più una compagnia teatrale che una direzione politica. Si parlano tra loro, si applaudono tra loro, e intanto il partito si divide, si riorganizza, si auto digerisce.
Il “correntone” promette di sostenere la segretaria “dall’interno”, ma la verità è che la vuole commissariare col sorriso. Dentro ci saranno i soliti nomi noti — Di Biase, Losacco, Provenzano, Sarracino, Stumpo — e persino gli ex Giovani Turchi di Orfini e Cuperlo, ormai ex giovani ma sempre turchi nella tattica.
Intanto, nel quartier generale dem, si parla di “verifica programmatica”. Traduzione: il congresso è dietro l’angolo. Perché ogni volta che nel Pd qualcuno dice “unità”, significa che una nuova scissione è in arrivo. E così, dopo mesi di slogan, la realtà bussa alla porta. Il movimentismo di Schlein si piega alla vecchia legge dei numeri, dei pacchetti di tessere, dei tavoli di trattativa.
È la fine dell’illusione di un Pd post-correnti, e il ritorno del Pd che tutti conosciamo: quello che discute mentre affonda, che si divide mentre proclama la rinascita, che invoca la “nuova stagione” mentre rispolvera i vecchi capibastone. Elly Schlein, resta lì in balia del frastuono, come un “asino in mezzo ai suoni”. E mentre i suoi si organizzano per “aiutarla a non sbagliare”, lei capisce che l’errore, forse, è stato credere di poter cambiare il Pd senza che il Pd cambiasse lei.