

di Peppe Papa
Qualcuno aveva già iniziato a spartirsi i ministeri del futuro governo di centrosinistra. La presunta batosta inflitta a Meloni e al suo esecutivo sembrava l’incipit di una lunga marcia trionfale: una vittoria dopo l’altra fino all’inevitabile approdo delle Politiche del 2027. Petto in fuori, sorrisi compiaciuti e sicumera da vincitori designati. Poco importava che il fronte progressista continuasse a essere privo tanto di una leadership riconoscibile quanto di un programma degno di questo nome: la vittoria, evidentemente, era considerata un diritto acquisito.
Poi è arrivata Venezia. E con Venezia la sveglia. Una di quelle che non concedono il tasto “rinvia“. Contrordine compagni: si torna al punto di partenza. Come non detto. Per chi ambisce a rappresentare l’alternativa alla destra di governo, deve essere piuttosto mortificante scoprire che la realtà continua ostinatamente a non adeguarsi ai propri comunicati stampa. La strada resta lunga, accidentata e priva delle scorciatoie immaginate nei salotti politici. Servirebbero idee, una linea chiara, un’alleanza coerente e soprattutto un leader disposto a rischiare qualcosa pur di dare una direzione al campo progressista. Facile a dirsi. Più difficile quando il materiale umano a disposizione oscilla tra il conformismo burocratico e una mediocrità tanto diffusa quanto serena di sé.
Del resto, soltanto Schlein — e un Conte prudentemente defilato, rintanato dietro le quinte — potevano pensare di intestarsi il successo di un referendum che non avevano promosso e di trasformare il voto di Venezia in un giudizio nazionale sul governo. Un esercizio di appropriazione indebita politica condotto con notevole disinvoltura. Nel frattempo, però, nessuno si era preso la briga di offrire agli elettori una sola ragione concreta per credere che l’eterogenea compagnia del centrosinistra sia davvero pronta a guidare il Paese. La strategia sembra sempre la stessa: attendere che l’avversario inciampi, sperando che il potere cada dall’albero come una mela troppo matura.
Insomma, siamo ancora lì, ai tempi dei girotondi e dell’urlo esasperato di Nanni Moretti in piazza Navona nel 2002: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». A distanza di oltre vent’anni, il centrosinistra continua a sembrare intrappolato nella stessa fotografia ingiallita, condannato a ripetere gli stessi errori con la puntualità di un rito. E in effetti, gira e rigira, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. La differenza è che ormai conosce a memoria l’indirizzo.
1 Comment
sono un vecchio compagno del PD di Viterbo e con questa dicitura io scrivo settimanalmente su Facebook mandando a decine di gruppi i miei scritti. e ripeto costantemente di programmare e discutere i vari problemi che ci assillano, Non farsi coinvolgere dalle correnti e di scegliere i migliori per le cariche e le nomine..Andare al più presto alla elaborazione di un programma analizzando principalmente i problemi della sicurezza del caro vita e degli altri problemi.Se si vince mandare a gestire il potere i migliori ,gli incapaci ,i corrotti ,chi si è arricchito con la politica ,deve andare in panchina e rivitalizzarsi.Gli altri che occuperanno i posti di postere ,le cariche politiche e le nomine parlamentari devono dimostrare giornalmente le loro capacità e di conseguenza farli trottare nell’attività politica. Se non si farà questo saremo travolti e successivamente avremo grossi problemi per ripristinare la democrazia.