

di Gaetano Piscopo
Sono nato ed ho vissuto la mia giovinezza a 100 metri dalla stazione. Tra i ricordi della mia infanzia ci sono il treno a vapore, il casellante che sbarrava il percorso per il passaggio del treno bloccando i carretti dei contadini che si spostavano nelle campagne di periferia. Più avanti è comparsa la Littorina a nafta e via via le prime elettrificazioni della tratta.
Un’area importante che ha accompagnato e supportato lo sviluppo locale. L’area di carico sui treni merci dei prodotti locali della terra (patate, cavoli, fagioli, pomodori), quelli che caratterizzavano la capitale di “Campania Felix”, Acerra. Poi l’avvento dell’Alfa Sud prima e Fiat dopo.
Le merci agricole sostituite da lunghi treni pieni di vetture e le attese ai passaggi a livello sempre più lunghe ed estenuanti. Di tutto questo non vi è più traccia: l’agricoltura distrutta, le fabbriche quasi chiuse. Ma le attese ai passaggi a livello ancora più lunghe per il moltiplicarsi del numero di treni di passaggio senza fermata.
Oggi per tanti acerrani l’espressione comune è “Finalmente“, anche se con troppi anni di ritardo per le colpevoli pretese di una classe dirigente inadeguata.
L’attuale progetto di linea esterna alla città risale all’inizio degli anni ‘90. Ho avuto la fortuna di visionarlo nel 1994, quando il capo dell’ufficio Tecnico di Acerra, l’ingegnere Adamo, mi chiese una relazione tecnica per la valutazione di impatto dell’alta tensione della Tav Napoli-Roma e i possibili riflessi dell’inquinamento elettromagnetico.
In pratica nessun impatto sulla città per una linea che era distante dai centri urbani e che sfiorava il territorio locale. Ma fu l’occasione per far notare che la linea elettrica esistente per il tratto ferroviario tradizionale nel centro urbano produceva sicuramente più danni. Nonostante la differenza di tensione elettrica, le correnti galvaniche interrate avevano effetti corrosivi con danni a tubazioni e strutture per le infrastrutture limitrofe al tratto ferroviario esistente.
Pochi anni dopo le Ferrovie dello Stato inviarono al Comune di Acerra il progetto della tratta Napoli-Bari per la sua approvazione. Giusto trent’anni fa. Il consiglio comunale rigettò questa ipotesi chiedendo in alternativa che, l’attuale linea, fosse interrata per poter lasciare la stazione nel cuore della città. Era la nuova amministrazione, espressione del civismo e del centro sinistra.
Già allora ebbi modo di scontrarmi non solo con ambientalisti radical chic, ma con tanti amici e tecnici della mia stessa area politica di appartenenza. Cercavo di dimostrare l’impossibilità di interrare la linea preservando il servizio e l’impedimento indotto dalla presenza dei Regi Lagni a margine della città che precludevano la possibilità di interramento.
Insomma, sempre controcorrente, tanto per la Tav quanto per la presenza sul territorio acerrano del Termovalorizzatore che ritengo ancora oggi molto meno dannoso di quanto, nei decenni, hanno interrato con danni irreversibili alle falde acquifere.
Ma torniamo ai ricordi della stazione ferroviaria di Acerra. In adolescenza e gioventù ho fatto il pendolare. Avevo la fortuna di uscire di casa quando sentivo il treno arrivare in stazione. Un luogo, quello fatto di incontri di centinaia di studenti, quelli che andavano al liceo di Maddaloni e molti di noi che andavamo a Napoli. Eravamo in tanti, ad Acerra non vi erano scuole superiori.
Un periodo di grandi fermenti politici, un posto di confronto e di scontri, tutto in una epoca in cui sognavamo di cambiare la realtà. Rivoluzionari, chi per scelta, chi perché indotto. Che dire di quei tempi, se non registrare i fallimenti della mia generazione. L’Italia non l’abbiamo cambiata, anzi, forse l’abbiamo peggiorata e chi come me ha combattuto per trent’anni quel sistema di potere oggi si ritrova a rimpiangerlo.
Sono poche le occasioni in cui posso esprimere il mio orgoglio di appartenere a questa comunità. Sicuramente la visita del Papa e i discorsi pronunciati anche dal Vescovo Di Donna hanno rappresentato un importante sprono ed una denuncia precisa all’indifferenza, la complicità e la mancanza di senso civico.
Vorrei ancora di più recuperare il mio senso di appartenenza plaudendo a chi sarà capace di fornire i necessari servizi di collegamento alla nuova stazione ferroviaria lontana dal centro abitato e, soprattutto, agli amministratori locali se saranno capaci di recuperare dall’abbandono la vecchia e vasta area ferroviaria liberata, facendone un salotto della città per nuovi spazi di vivibilità. Questa sarà la vera sfida.