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Da Terzo Polo a vicolo cieco: la parabola di Carlo Calenda, il collezionista di rotture

Letta, Renzi, Bonino, Pd, Forza Italia. Nessuno è sopravvissuto al metodo Calenda. Il risultato è un leader senza alleati e un’area politica consegnata all’irrilevanza

di Vittorio Keller

Carlo Calenda è rimasto prigioniero del personaggio che lui stesso ha costruito. Per anni ha raccontato agli italiani la favola del “centro della competenza”, della politica adulta contrapposta ai populismi, convinto che prima o poi il Paese avrebbe bussato alla sua porta per affidargli le chiavi di Palazzo Chigi. È successo l’esatto contrario.

La realtà ha demolito una dopo l’altra tutte le sue illusioni. Il centrodestra che immaginava “draghiano” e moderato ha scelto un’altra strada, consolidando un’identità politica molto più netta e lasciando ad Azione il ruolo di semplice spettatore. Il bipolarismo si è rafforzato, il voto utile è tornato dominante e il presunto spazio del “centro autosufficiente” si è ristretto fino quasi a scomparire.

Ma il vero problema di Calenda non è il sistema politico. È Carlo Calenda. Negli ultimi quattro anni ha collezionato più cambi di linea che risultati elettorali. Prima l’alleanza strategica con Enrico Letta alle elezioni politiche del 2022, salutata come la nascita del riformismo responsabile. Pochi giorni dopo, la clamorosa retromarcia: l’accordo viene stracciato accusando il Pd di essersi consegnato alla sinistra radicale di Fratoianni e Bonelli.

A quel punto arriva Matteo Renzi. Nasce il Terzo Polo, celebrato come la casa definitiva dei liberali italiani. Doveva essere il progetto destinato a cambiare gli equilibri della politica italiana. Dopo pochi mesi, diventa invece un regolamento di conti con il suo ex mentore. Accuse, veleni, squallide insinuazioni personali, fino alla rottura definitiva.

Nel frattempo, riscopre Emma Bonino, con la quale aveva condiviso esperienze politiche salvo poi prendere le distanze. Anche quel rapporto finisce consumato tra distinguo, polemiche e incomprensioni. Lo schema è sempre lo stesso: costruire un’alleanza, dichiararla irreversibile, demolirla pochi mesi dopo attribuendo ogni responsabilità agli altri. Letta, Renzi, Bonino. Cambiano i nomi, non cambia il copione.

Eppure, esiste un dato che Calenda sembra voler rimuovere: senza Renzi difficilmente sarebbe entrato in Parlamento nel 2022. L’accordo elettorale con Italia Viva gli consentì infatti di evitare la raccolta delle firme necessarie per presentare le liste e di ottenere una rappresentanza parlamentare. Pochi mesi dopo, però, diventa il bersaglio privilegiato della sua polemica quotidiana, quasi che la sopravvivenza politica passasse attraverso una continua delegittimazione dell’ex alleato.

La consacrazione del fallimento arriva con le elezioni europee del 2024. Azione si presenta da sola, rifiutando ogni ipotesi di lista unitaria con le altre forze liberal-riformiste. Il risultato è impietoso: il 3,36%, circa 890 mila voti e nessun parlamentare europeo. La soglia del 4% resta irraggiungibile. Dall’altra parte, Stati Uniti d’Europa — la lista promossa da Italia Viva, +Europa e altri soggetti riformisti — si ferma al 3,78%. Anche quella resta fuori dal Parlamento europeo. La matematica è spietata quanto la politica: separate, entrambe le liste falliscono; sommate, avrebbero superato abbondantemente il 7%, eleggendo una pattuglia consistente di eurodeputati.

La divisione dell’area riformista, dunque, ha un responsabile politico evidente: l’ostinazione con cui Calenda ha respinto qualsiasi ipotesi di ricomposizione, preferendo testimoniare la propria autosufficienza piuttosto che costruire una rappresentanza. Il giorno dopo il voto parlò di “dura sconfitta“, attribuendola alla polarizzazione della campagna elettorale. Un’analisi comoda, ma incompleta. La polarizzazione era nota da mesi. La scelta di presentarsi separati fu invece interamente politica.

Oggi il copione si ripete. Esaurita la stagione del Terzo Polo, Calenda cerca di salire sul carro di Pina Picierno, trasformandola nel nuovo punto di riferimento di un’ipotetica area riformista. Convoca assemblee, organizza convention, moltiplica gli incontri nella speranza che attorno alla vicepresidente del Parlamento europeo si coaguli quel consenso moderato che finora gli è sempre sfuggito. Ma anche questa operazione assomiglia più all’ennesimo tentativo di sopravvivenza politica che a un progetto strategico. Perché il problema non è trovare ogni sei mesi un nuovo alleato o un nuovo simbolo da inseguire. Il problema è la credibilità.

Calenda ha costruito la propria immagine distribuendo patenti di incompetenza, inaffidabilità e incoerenza a chiunque dissentisse da lui. Ha litigato con Letta, con Renzi, con Bonino, con il Pd, con Forza Italia, con il centrodestra, con il centrosinistra e persino con molti dei dirigenti cresciuti dentro Azione. Alla fine, è rimasto solo. Il paradosso è che il leader che più di tutti ha fatto della parola “inaffidabilità” un marchio contro gli avversari è finito per incarnarne lui stesso il significato politico. Perché la coerenza non consiste nel cambiare idea, ma nel cambiare idea ogni volta che conviene, salvo spiegare che la colpa è sempre degli altri.

Il Centro evocato da Calenda assomiglia ormai al “non luogo” descritto da Marc Augé: uno spazio che sembra esistere, ma che in realtà nessuno abita davvero. Un luogo fatto di conferenze stampa, tweet, indignazioni quotidiane e superiorità morale ostentata, ma privo di una comunità politica riconoscibile. Resta soprattutto un gigantesco esercizio di narcisismo politico. E il narcisismo, in politica, raramente porta voti. Molto più spesso porta all’irrilevanza.

9 Comments

  1. Luciano ha detto:

    Calenda è il classico “bambino” viziato che in una partita di calcio detta le regole a suo piacimento pretendendo di essere capitano ed allenatore altrimenti porta via il pallone!
    P.S.
    Calenda è un pallone gonfiato!

  2. Cosimo Nicchiniello ha detto:

    A me Calenda piace e anche il linguaggio che usa: schietto, pacato, concreto, realistico e pragmatico. E perché appartiene alla cultura politica cristiano, democratico e liberale. Questa è la posizione dei cosiddetti moderati centristi riformisti, che sono la ggioranza nel paese. Peccato che la lotta politica in Italia prilegia gli slogan e chi fa l’ antagonista ad oltranza con insulti più robonati.. Salvo poi scoprire che dietro gli insulti solo il vuoto di capacità di governo: vedi i M5S con i lorovaffa che cosa hanno combinato e quali fallimenti abbiamo dovuto subire, e vedi i nuovi soldi attualmente al governo che dopo promesse su tutti i fronti hanno quasi distrutto gli italiani dal punto di vista economico e della sicurezza. Un fallimento totale. Purtroppo però lprendo atto che la propanda elettorale fatta di proposte serie e pragmatiche non portano molti voti. Mentre le buffonate, gli insulti e le false promesse e le posizioni estremiste fanno molto appel su molti italiani.

  3. Salvatore Vitale ha detto:

    Una cosa giusta però Calenda l’ha detta; quando, da ministro nel govrrno Renzi, asserì di non avere le quslità di leader politico

  4. Giovanni Zacchi ha detto:

    Chi è Calenda? Non mi sovviene…

  5. Gianluigi Steffanini ha detto:

    Analisi perfetta

  6. Tonino Carboni ha detto:

    CALENDA CHI? SUL PIANO POLITICO MI FA PENA…..SUL PIANO UMANO MI FA PENSARE….SUL PIANO FILOSOFICO….È UNO CHE SI ATTORCIGLIA, PERENNEMENTE APPESO A UNA ” LIANA” NEL VANO TENTATIVO DI AGGRAPPARSI AD UN RAMO MENTRA LASCIA QUELLO A CUI È APPESO.

  7. Fariniluciana@gmail.com ha detto:

    Ben.gli.sta

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