Capri danza sotto la pioggia: record di pubblico per il Premio International
Luglio 31, 2026
Renzi e l’arte del compromesso, ma con Conte e i suoi è solo tempo perso
Agosto 5, 2026

Il bluff del campo largo e l’occasione del proporzionale

Le opposizioni sono avanti nei numeri ma divise su tutto ciò che conta. Con la nuova legge elettorale potrebbe aprirsi lo spazio per una vera offerta politica riformista

 Editoriale di Gaetano Piscopo

I sondaggi raccontano che, almeno sulla carta, le opposizioni unite raccolgono più consensi delle forze di governo. Sembrerebbe la premessa di una vittoria annunciata. In realtà è vero il contrario. Perché la somma dei voti non coincide automaticamente con la capacità di governare. Il problema non è soltanto la contesa sulla leadership del cosiddetto campo largo. Quella è la punta dell’iceberg. Sotto la superficie si nasconde un conflitto ben più profondo: la totale assenza di una visione condivisa sui temi che definiscono un’alleanza politica.

Politica estera, difesa, economia, sviluppo, politica industriale, giustizia, welfare. Su quasi ogni dossier strategico convivono posizioni spesso inconciliabili. Da una parte chi continua a inseguire una cultura assistenzialista; dall’altra chi ritiene che la ricchezza vada prima prodotta e poi redistribuita, senza ignorare gli equilibri dei conti pubblici. Ogni giorno qualcuno alza l’asticella dello slogan per conquistare qualche consenso in più, mentre altri sono costretti a usare gli estintori (leggi Pd) per evitare che la coalizione prenda fuoco.

Il campo largo, ormai, assomiglia più a uno slogan che a un progetto politico. Un’intuizione di Elly Schlein che continua a scontrarsi con la natura del Movimento 5 Stelle e con le ambizioni del suo leader, Giuseppe Conte. Pensare che bastino le primarie per ricomporre fratture così profonde significa scambiare un metodo di selezione della leadership per una soluzione politica. Ma nessuna consultazione popolare può trasformare differenze strutturali in una linea comune.

Nel centrodestra il collante, piaccia o meno, esiste ed è stato collaudato negli anni: l’esercizio del potere. È questo che tiene insieme europeisti e sovranisti, liberali e populisti, atlantisti e simpatizzanti di Donald Trump, autonomisti e centralisti. Un equilibrio fragile ma finora efficace. L’unica vera incognita potrebbe essere rappresentata dalla variabile Roberto Vannacci, capace di mettere in evidenza le contraddizioni di una coalizione che tiene insieme culture politiche molto diverse.

Nel centrosinistra, invece, sopravvive un antico vizio: quello del “trita-leader“. La storia degli ultimi decenni dimostra che vincere le elezioni non basta se, il giorno dopo, comincia il regolamento di conti interno contro chi ha prevalso. Prima ancora della scelta del candidato, manca un programma comune. E senza un progetto condiviso è difficile immaginare una coalizione destinata a durare. Per questo, il ritorno a un sistema prevalentemente proporzionale, potrebbe rappresentare un’occasione, anziché un problema.

Restituirebbe al Parlamento il compito di costruire le maggioranze sulla base dei risultati elettorali e non di cartelli assemblati prima del voto solo per esigenze tattiche. A una condizione: che nessuna coalizione raggiunga automaticamente la soglia necessaria per ottenere un premio di maggioranza capace di alterare la rappresentanza.

In questo scenario, moderati, riformisti, liberali e democratici avrebbero finalmente una responsabilità che non potrebbero più ignorare. Costruire una proposta politica autonoma, superando la frammentazione dei piccoli partiti e delle leadership personali. Non un nuovo cartello elettorale, ma un’offerta politica coerente che consenta agli elettori di scegliere senza essere costretti a votare alleanze nate più per necessità che per convinzione.

Sarebbe anche una prova di maturità per l’intero sistema politico. Un proporzionale con preferenze e liste chiaramente distinguibili potrebbe contribuire a ridurre l’astensionismo, restituendo agli elettori la possibilità di votare ciò in cui credono davvero e non il meno peggio imposto dalle coalizioni. Naturalmente, i rischi non mancano. Il primo è quello di elezioni che non producano una maggioranza stabile. Il secondo è che, una volta in Parlamento, possano nascere alleanze impreviste tra forze populiste e radicali, come accadde con il governo giallo-verde.

Ma, tra un sistema che costringe gli elettori a scegliere coalizioni artificiali e uno che restituisce loro la libertà di esprimere una preferenza autentica, vale la pena correre il secondo rischio. Almeno il “popolo sovrano” avrebbe davvero l’ultima parola, e non sarebbe chiamato semplicemente a ratificare accordi costruiti nei palazzi prima ancora di entrare nella cabina elettorale.

1 Comment

  1. Franco ha detto:

    Condivido, il problema è la Credibilità?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *