

di Giuseppe Cioffi
Le vicende straordinarie che stiamo conoscendo in queste settimane, ci portano a fare alcune riflessioni che si aggiungono a quelle fin qui effettuate sulla mera emergenza sanitaria e su quella, altrettanto drammatica, che riguarda la situazione economica italiana e mondiale.
La lentezza delle risposte di contrasto all’emergenza economica, la percezione che l’Europa non sia affatto propensa alla solidarietà, l’inadeguatezza delle proposte di chi oggi ha la responsabilità politica ed economica del nostro paese, ci porta inevitabilmente a riconsiderare ed a riflettere, su un sistema politico ed economico globalizzato con violenza, a beneficio della sola finanza speculativa e a discapito dei cittadini intesi quali persone, come individui.
Sono certo che, se ne avessero la possibilità, i popoli europei saprebbero dimostrare tutta la solidarietà che questo momento storico, così drammatico e difficile richiederebbe; ho invece la sensazione che gli egoismi cui stiamo assistendo in questi giorni travagliati, siano figli della burocrazia degli stati e che questa sia inevitabilmente asservita ai soffocanti poteri finanziari che dettano le regole di comportamento e quindi le strategie da mettere in campo.
Come ha detto in questi giorni Mario Draghi, intervistato dal Financial times, “ci troviamo di fronte ad una guerra” e la sfida è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che una recessione si trasformi in una prolungata depressione, resa ancora peggiore da un susseguirsi di default che lascerebbero danni irreversibili.
La soluzione, ha aggiunto, non è solo quella di offrire un reddito di base a chi ha perso il lavoro, ma è quella di proteggere le persone dalla perdita del posto di lavoro; in buona sostanza proteggere i livelli occupazionali in ogni settore, a qualsiasi costo.
La gente vuole tornare ad essere felice, vuole tornare a credere nel futuro per investire energie e risorse finanziarie; la gente ha bisogno di una visione, di un progetto credibile, di una strategia comune e condivisa.
E’ per questo motivo che, una volta terminata l’emergenza sanitaria avremo bisogno, anche qui nel nostro Paese di una classe dirigente all’altezza; una classe dirigente fatta di persone competenti, non solo da un punto di vista tecnico ma anche etico e morale e che sappia riportare al centro dell’agenda politica le persone, tutte, nessuna esclusa, né per classe, né per censo.
Certo si dovrà partire, anche per essere credibili sui mercati internazionali, dal trovare uno strumento attendibile di ristrutturazione del debito, per esempio creando un fondo sovrano, finanziato da una piccola percentuale delle entrate fiscali (come l’attuale 8 per mille) con lo scopo istituzionale di ricomprare porzioni del debito, presieduto da un’autorità garante di assoluta indipendenza come il presidente della Corte dei conti e staccato dal potere politico.
Potremmo investire fortemente nel new green, garantendo finalmente una svolta decisa ed irreversibile delle politiche energetiche. Promuovere la costruzione di termovalorizzatori efficienti ed ecologici per produrre il calore che serve ad alimentare le caldaie dei nostri appartamenti. Dare una decisa e veloce svolta nella riconversione di ex aree industriali dismesse, liberando energie e progetti che giacciono da anni per i veti incrociati della politica di oggi. Rendere facile e veloce la riqualificazione urbana degli edifici liberando chi investe da immensi vincoli e adempimenti burocratici.
Investire nel turismo, svincolando le risorse da adempimenti burocratici, riformare la giustizia, consentendo ai magistrati di lavorare con professionalità ma anche con velocità, assumendo personale ausiliario e sbloccando così migliaia di posti di lavoro con la creazione di un tribunale per le imprese che garantisca così a chi fa investimenti di avere risposte certe, veloci ed inappellabili.
Creare zone franche per chi investe e produce, riformare finalmente il sistema fiscale, tassando il risparmio e non il reddito, rendere deducibili tutte le spese e consentire l’inversione contabile per ogni prestazione professionale.
Ridare dignità alle professioni, cancellando l’assurdo teorema secondo cui la prestazione professionale è uguale alla produzione di un bene di impresa, costruito ad arte, dietro la bandiera della concorrenza, solo per favorire l’ingresso della finanza nelle attività professionali.
Dovremmo, infine, riformare il sistema pensionistico, garantendo la prestazione, sia pure gradualmente, solo a favore di soggetti a basso reddito e favorendo la diffusione di polizze pensionistiche a carico di chi guadagna bene, salvando così le pensioni delle generazioni future.
Così come riformare, finalmente il sistema sanitario nazionale, favorendo la sottoscrizione di polizze sanitarie a carico di chi ha redditi elevati ma con la garanzia pubblica in caso di perdita del posto di lavoro e investire seriamente nella qualità della sanità, della ricerca, dell’università e della scuola di base.
Dobbiamo tornare ad essere felici e se per farlo occorre creare altro debito pubblico lo faremo, ma a patto di non sperperare i danari da investire, favorendo la riconversione della nostra classe dirigente che porti come dote competenza tecnica etica e morale.
Solo così le persone e le imprese ritroveranno gli stimoli per rimettersi in gioco per investire sul proprio futuro e su quello delle generazioni future.