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Populisti al capolinea, la ‘politica’ rimescola le carte

Populisti al capolinea, ultima fermata si scende. Esaurito il giro sulla giostra che ha rischiato di trascinare il Paese in una democratura modello Visegràd e fuori dal ‘circolo’ dell’Europa che conta. I risultati delle elezioni impongono alla politica il rimescolamento delle carte per non perdere il treno del Recovery fund.

di Peppe Papa

Populisti al capolinea, ultima fermata si scende. Esaurito il giro sulla giostra che ha rischiato di trascinare il Paese in una democratura modello Visegràd e fuori dal ‘circolo’ dell’Europa che conta la quale, mai come nella fase drammatica della crisi pandemica, è risultata indispensabile nell’aiutarci a restare a galla.

Si apre una nuova fase e rimescolano le carte.

Salvini è uscito malconcio dall’ultima tornata elettorale e i suoi gli hanno presentato il conto. Da questo momento non sarà da solo a decidere, è stato lui stesso ad annunciare che ad affiancarlo nella definizione dell’indirizzo del partito “ci sarà una segreteria politica”. Basta mojito, insomma.

Il M5S, che dal “vaffa” delle origini si è insediato a Palazzo ed ha voglia di restarci ad ogni costo, è un campo di battaglia. La vittoria del Sì al referendum non ha placato gli animi scossi dalla batosta rimediata alle regionali, dove il Movimento ha dimezzato i voti, fino quasi addirittura a scomparire in alcune aree del Paese.

Mentre Beppe Grillo fantastica di democrazia diretta, di senatori e deputati eletti con il sorteggio, i discepoli se le suonano di santa ragione in una feroce lotta per il potere declinata in tutte le sfaccettature, dall’ambizione di ‘governo’ per alcuni alla conservazione di uno scranno in parlamento per altri.

Quel che è certo è il crollo dell’edificio post ideologico, di cui si erano intestati la paternità, che sta venendo giù senza nessuna possibilità di fermarlo. E allora si salvi chi può.

Il Pd esulta per lo scampato pericolo, era dato per spacciato. L’aver conservato tre delle quattro regioni in cui governava (si fa per dire) lasciando sul campo solo le Marche (roccaforte storica), è stato salutato come un grande successo.

Perdere la Toscana, soprattutto, era il suo incubo, avrebbe significato smontare baracca e burattini e mettere mano a una nuova governance interna, oltre che terremotare il governo.

Niente di tutto questo, anzi. Il ridimensionamento conclamato dei Cinquestelle ne ha irrobustito la presenza, è il primo partito della coalizione.

Rapporti di forza ribaltati, dunque, che impongono un immediato cambio di registro nell’azione dell’esecutivo dove i dem sono chiamati ad imporre tutti i temi su cui finora, il premier Conte e gli alleati, hanno nicchiato se non apertamente avversato. Mes, Decreti sicurezza, giustizia, diritti civili, riforma del welfare, del lavoro, del funzionamento degli apparati dello Stato e del parlamento.

Significherebbe certificare l’agognata annessione, o del “ritorno a casa” come dice qualcuno, dei vecchi amici che si erano fatti incantare dalla propaganda grillina. Già, ma per farne che cosa?

La valanga di miliardi provenienti da Bruxelles rendono necessaria serietà e visione, rappresentano l’occasione per dare un futuro alle prossime generazioni di italiani, troppo importante per poter fare da soli. Sì, ma con chi?

L’opposizione, dopo il guinzaglio messo al Capitano leghista dai suoi colonnelli , potrebbe ragionevolmente dare il proprio contributo in considerazione del fatto di rappresentare una grande fetta del popolo italiano.

La Meloni ci starebbe, il pragmatismo non le difetta, Forza Italia è ormai un ectoplasma, prime e seconde linee tutti in attesa che il Cavaliere stacchi la spina definitivamente e liberi tutti. Gente mediamente con la testa sulle spalle ben disposta a dialogare. Proprio loro non sarebbero un problema.

Per quanto riguarda il fronte moderato, liberal democratico e riformista, sia di governo che di opposizione, non aspettano altro. Il risultato elettorale per loro non è stato entusiasmante, nonostante Renzi sostenga il contrario, anzi di più definendolo “stupefacente”, sedersi al tavolo è fondamentale per giocarsi la possibilità di conquistare quell’ampia fascia di ceto medio produttivo senza rappresentanza che chiede normalità e progresso.

Calenda, Renzi, Bonino e compagnia sono chiamati anche loro a decidere cosa fare. Dare vita insieme ad un nuovo soggetto politico, mettendo da parte ognuno il proprio ego, andare per i fatti propri con il concreto rischio di essere condannati alla pura testimonianza, oppure confluire in una federazione, se non proprio un ritorno, nel Pd? Che potrebbe essere un’idea, per quanto complicata. Al momento, non sembra ci siano molte altre alternative per entrare nel mazzo di carte.

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