

di Peppe Papa
Andarono per asfaltare e finirono asfaltati. Pd, Cinquestelle e, il loro Campione, Giuseppe Conte escono con le ossa rotte dalla sfida politica ingaggiata con Matteo Renzi. Il senatore di Rignano ha ottenuto ciò che voleva: un “cambio di passo”, un governo all’altezza capace di affrontare la drammatica contingenza storica che sta sconvolgendo il Paese e il mondo intero.
Intorno a mezzogiorno di oggi, Mario Draghi salirà al Quirinale per ricevere l’incarico da parte del Presidente, Sergio Mattarella di formare l’auspicato “governo di alto profilo” che serve all’Italia per resistere e rinascere dalle macerie provocate dalla pandemia.
Il capo dello Stato, preso atto del fallimento dell’esplorazione affidata al presidente della Camera, Roberto Fico e dalla evidente follia di una eventuale convocazione di elezioni anticipate, come ha ampiamente illustrato nel corso della sua comunicazione in serata dopo l’esito infruttuoso delle consultazioni, ha chiamato al Colle l’uomo che da presidente della Bce ha salvato l’Europa, con la speranza che faccia lo stesso per il suo Paese.
Niente Conte ter, dunque, l’avvocato che volle farsi Peron, con la compiacenza dei due alleati di governo, ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità, adesso può pure tornare all’amata università, non se ne sentirà la mancanza.
Pd e M5S, intanto, dovranno rivedere i loro piani, il rimpastone che accontenta tutti non è riuscito, non avranno più modo di cementare la loro alleanza all’ombra del governo.
Il momento impone scelte chiare e una presa di responsabilità senza riserve, non è tempo di lunghe marce verso “il sol dell’avvenire”, tocca dire subito se si sta con Draghi, oppure no.
Prendere o lasciare, con la certezza, in tutti i casi, di ritrovarsi a fare i conti all’interno delle proprie organizzazioni, dove tante tensioni sono rimaste sopite per non disturbare il manovratore.
Il capo dei Dem, Nicola Zingaretti che si è fatto interprete delle ‘raffinate’ strategie di Goffredo Bettini tese a creare le condizioni di una alleanza strutturale con i pentastellati – col fine ultimo di fagocitarli – e il recupero della sinistra scissionista, in questa vicenda ha preso solo schiaffi, offrendo l’idea di un Pd impaurito, propenso a galleggiare per non provocare scossoni e con una irritante mancanza di spirito di iniziativa.
Di sicuro non saranno contenti della performance i capi delle due principali correnti del partito, Lorenzo Guerini (Base riformista) che controlla gran parte dei parlamentari, in pratica tutti gli ex renziani rimasti nel Pd, e Dario Franceschini (Areadem) che ha provato fino all’ultimo a interloquire con Renzi in cerca di una mediazione, dovendo nel contempo parare i colpi ad alzo zero sparati dal suo segretario. Un congresso, a questo punto nell’ordine delle cose, probabilmente riprenderà a breve il suo posto in agenda.
I Cinquestelle, già da tempo implosi, con questa ultima botta certificano la fine della loro irresistibile ascesa. Messi alla prova del governo hanno dimostrato tutti i limiti della propria incompetenza e delle idee farlocche che ne hanno ispirato l’azione politica.
Sono ormai una armata in rotta, non contano più niente, inevitabilmente destinati a dividersi. Alessandro Di Battista ha già annunciato l’Aventino, mentre Luigi Di Maio, a cui Draghi aveva fatto “una buona impressione”, troverà sicuramente il modo per non farsi risucchiare nell’anonimato capeggiando una sua pattuglia di responsabili. Di Beppe Grillo, nel frattempo si sono perse le tracce.
Per quanto riguarda Renzi, be’ tanto di cappello. Nonostante l’avere avuto tutti contro, indicato come il male assoluto, il folle irresponsabile, l’antipatico narcisista e chi più ne ha ne metta, alla fine è riuscito nel suo intento di cambiare paradigma all’inconcludente tran tran della politica italiana, dando scacco prima ai sovranisti, poi ai populisti, infine al revanscismo catto-comunista del suo ex partito.
Ora che la missione è compiuta, anche per lui però si impone il momento delle scelte. Non potendo più esercitare la golden share sul nuovo governo, come fatto in precedenza con quello giallo-rosso, dovrà mettere mano alla rivisitazione del suo progetto.
Italia Viva è stata un mezzo fallimento, i consensi attribuitigli dai sondaggi la danno inchiodata intorno al 3%, impensabile presentarsi alle prossime elezioni, quando arriveranno, con una forza tanto residuale.
Avere scompaginato il quadro politico, rimescolando le carte, costringendo anche il centro destra a riconsiderare il proprio posizionamento, gli permetterà di aprire una nuova fase dando vita, finalmente, a quel polo riformista, liberale, democratico, tanto evocato quanto finora disatteso, alternativo e a metà strada tra Pd e destra sovranista. Se non ora, quando.