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Non è il governo dei migliori, ma Draghi ha fatto il massimo

Sicuramente in questo contesto e con gli ormai anacronistici equilibri del Parlamento in carica è stata la migliore soluzione possibile per provare a risolvere le emergenze e non disperdere l’opportunità di spesa del Recovery Fund.

Editoriale di Gaetano Piscopo

Con il giuramento dei ministri, nasce il governo dei migliori? Probabilmente no, ma sicuramente in questo contesto e con gli ormai anacronistici equilibri del Parlamento in carica è stata la migliore soluzione possibile per provare a risolvere le emergenze e non disperdere l’opportunità di spesa del Recovery Fund.

Non a caso Mario Draghi ha tenuto fuori dalla mischia i dicasteri che dovranno sovraintendere alla spesa dei vari ministeri. La politica dei partiti resta commissariata e vengono smentiti quanti acclamavano i successi del precedente governo. Prima di tutto l’aver ottenuto la fetta più consistente dei 750 miliardi stanziati dalla Commissione Europea con i fondi del Next Generation Eu per la ripresa dei paesi comunitari.

Falso, come gran parte degli annunci fatti da Conte e dai suoi massimi sostenitori, M5S e Pd.

Le assegnazioni per ogni Paese del Recovery Plan del 22 luglio scorso sono state fatte in base a 4 criteri: Popolazione, Tasso medio di occupazione, Impatto della crisi sul PIL, Reddito pro-capite.  Questo significa che all’Italia è andata la fetta maggiore perché risulta il paese con i parametri peggiori e non certo per i meriti del governo Conte II. Ciò non toglie che si tratta di una grande opportunità.

Il dato fondamentale è il cambio di passo europeo in questa situazione emergenziale e cioè passare dalle politiche restrittive a quelle espansive, ed è proprio per questo che la nomina di Draghi, ritenuto erroneamente tecnico, è tutt’altra cosa rispetto ai precedenti governi tecnici (Monti) che dovevano attuare i tagli della spesa pubblica. 

Certo già solo il profilo di alcuni ministri innalza di parecchio il livello qualitativo della compagine di governo. L’ex presidente della Bce ha individuato tra i tecnici un mix equilibrato di competenze dell’area accademica, scientifica e finanziaria. Non è poco.

Le domande ricorrenti sulle nomine possono essere tante:

  • Perché è prevalsa la componente politica su quella tecnica?
  • Perché la presenza di donne è limitata ad un terzo delle nomine?
  • Di Maio avrà fatto una “buona impressione” tale da meritare la conferma alla Farnesina?
  • Brunetta è stato premiato per gli insuccessi dei suoi precedenti tentativi di riforma della P.A.?
  • Giorgetti allo Sviluppo Economico saprà tutelare le maggiori necessità del Meridione?

La risposta è: “ciò è quanto poteva fare con questo quadro politico”, dove ha sancito il suo controllo senza una netta discontinuità. Per comprendere meglio le scelte del “professore” non c’è bisogno dei retroscenisti, bisogna solo tener conto delle difficili condizioni in cui ha dovuto operare.

Una cosa è certa, ha costretto i partiti – quasi tutti – ad un impegno diretto nel governo facendogli assumere la responsabilità politica del sostegno. E i numeri che riuscirà ad ottenere con la fiducia lo metteranno al riparo dal rischio di essere impallinato. Una mossa astuta all’altezza della sua fama. Insomma, ha sancito la nascita di una nuova stagione, quella della “solidarietà nazionale”.

A tutto questo non si è arrivato senza travagli, colpi di scena e un nuovo approccio comunicativo

Il travaglio è quello che attraversa il Movimento dei pentastellati che con i risultati del voto sulla piattaforma Rousseau ha sancito la spaccatura tra le sue diverse anime. Quella identitaria ha perso, rispetto alla governista e trasformista. Ma è anche quello che attraversa il Pd guidato da Zingaretti che rimane appiattito sull’alleanza con i grillini fino a risultare assente nelle azioni che hanno determinato il cambio di passo.

I colpi di scena sono quelli che portano la Lega ad aderire a questo governo e che per darne prova di convinzione vota nel Parlamento Europeo il regolamento attuativo del Recovery Plan sancendo la fine di una campagna elettorale ininterrotta da tre anni.    

Il nuovo approccio comunicativo è quello di Draghi che con la propria riservatezza e il suo silenzio dimostra di non aver bisogno di conquistare un protagonismo che gli è già riconosciuto. Una cattiva notizia per i commentatori e talk show improntati su l’abitudine degli annunci, dei post e dei comunicati che alimentavano un costante vocio improntato sull’aria fritta.

Ora non ci resta che tifare per il nuovo governo e il suo presidente, riponendo in lui la giusta dose di fiducia e la speranza che la svolta sia reale e tangibile. Ma anche tale da costringere i partiti a recuperare un protagonismo ormai naufragato nella rincorsa dei sondaggi.

Intanto, non si può dimenticare che se ciò e avvenuto lo si deve al vero artefice: Matteo Renzi.

Definito “irresponsabile”, “demolitore”, “inaffidabile” soprattutto dai suoi stessi ex amici Dem, è stato invece il vero protagonista di questo salto di qualità e l’unico che aveva ben chiara la realtà di un governo, quello Conte, inadeguato ad affrontare le emergenze.

Se il nuovo esecutivo risponderà in maniera adeguata alla sfida cui è stato chiamato e Matteo Renzi si rende disponibile ad avviare un processo di formazione di una nuova forza liberale, riformista e socialista oltre il perimetro della sua Italia Viva, il Paese non potrà che giovarne.

Sarà solo il tempo che darà le risposte ai diversi quesiti, per ora ci rimane la speranza.

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