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Partito riformista fallito? Al Pd serve un ‘vero’ congresso

L’alleanza con il M5S è un’ipoteca che pesa sul futuro del partito democratico

di Ferdinando Inglese 

Il Partito democratico è nato nell’ottobre del 2007, per cui ha già percorso un bel pezzo di strada, tale da poterne parlare come di una realtà politica ben salda nella storia del Belpaese.

A noi, però, interessa tracciarne un quadro soprattutto alla luce delle più recenti scelte politiche: la partecipazione al Conte-due e, negli ultimi giorni, al governo Draghi. Con una particolare sottolineatura che riguarda il sodalizio forte – almeno così è nelle intenzioni dei massimi vertici del Pd – con i Cinquestelle, culminato addirittura nella costituzione di un intergruppo al Senato, poi finito in sordina, aperto anche a Leu.

Sui perché di questa scelta, proviamo a darne qualche motivazione. La narrazione degli ultimi anni spiega la natura del Pd con la sola precipua caratteristica di essere un partito di sistema, assai sensibile ai poteri cosiddetti forti e sempre disponibile al governo del Paese.

Mentre l’Italia è scossa da crisi profonda e colpiscono i numeri e la forza di una pandemia che accomuna nella sua tragicità il mondo intero. E cambiano sempre più le visioni del mondo, le graduatorie di valori, i criteri di interpretazione della realtà, le norme di comportamenti codificati.

Le maggiori caratteristiche del Pd sono ormai note e si possono spiegare con le sue origini. L’idea del partito democratico non nasce dai dirigenti del Ds ma dall’ex dc Prodi e dai suoi sodali che per primi lanciarono l’idea dell’Ulivo.

Da quel coacervo di menti cattocomuniste matura un ragionamento molto prevedibile: le  macerie del muro di Berlino hanno seppellito la storia di tutta la sinistra, non conta che i veri sconfitti della storia siano solo i comunisti. Perciò il primo passo falso del Pd è di rinunciare da subito all’ancoraggio coi valori del socialismo democratico.

E la domanda di tanti socialisti ed intellettuali di formare un grande partito socialista e di governo, viene poi definitivamente affossata dalla crisi politica di Tangentopoli.

Altri guasti verranno dalla scelta della Bolognina del novembre ’89, in cui si scioglie il Pci ma non il vincolo di quella generazione con il mito di Berlinguer e della diversità. La loro emancipazione non è mai avvenuta, così come non è mai venuta meno la grande ostilità verso gli “amici” di Bettino Craxi.

Per non dire della Margherita, dalla gestione oligarchica di un gruppo di amici di Prodi, impegnati a tessere le trame politiche particolari più del capo che del partito e della coalizione.

Il pasticcio Ds-Margherita è così nato e montato, senza mai fare i conti con la cultura riformista e con i socialisti e laburisti europei, non scegliendo mai i suoi padri fondatori, improvvisando le grandi scelte.

Un esempio? La scelta iniziale, terzomondista e pacifista di Achille Occhetto e la sua convinzione che “la socialdemocrazia è un marchio di destra”, la folgorazione di Walter Veltroni per il socialismo liberale durata lo spazio di pochi giorni e molto meno del suo mito kennediano.

Questi i cenni più salienti della storia di un partito – il momento più esaltante si è avuto con la segreteria Renzi, poi fuoriuscito – che si è candidato più volte a governare il Belpaese e a conquistare i consensi degli Italiani.

Quel che colpisce nel gruppo dirigente Pd è l’assenza di una elaborazione politica e culturale collegiale. E dell’impegno a rinnovare idee e referenti culturali.

I dubbi allora sono tanti: il Pd è un partito riformista? E se non lo è, può esprimere politiche, valori e leadership che parlino il linguaggio del riformismo? Nell’attuale temperie politica, però, le domande non s’impongono nemmeno, se si considera che il Pd è stretto in un abbraccio (mortale?) con i 5Stelle e che il partito di Grillo non ha mai avuto caratteri riformisti e aspettative in tal senso.

Ritorna il commento di Biagio De Giovanni: “Il Pd è un partito che nasce senza memoria storica”. E senza futuro! Verrebbe da aggiungere.

Aspettando il congresso del partito e una discussione culturale di alto livello che rimettano al centro del dibattito e della politica il tema e l’esigenza ineliminabile di un partito rifomista in Italia.

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