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Di Maio, Fico & Co. a un passo dal Pd, Conte ‘quasi’

ROBERTO FICO BEPPE GRILLO LUIGI DI MAIO

Dopo il tonfo alle amministrative che ha certificato l’inarrestabile declino del Movimento, ai maggiorenti non resta che cercare una via di fuga e quella del Pd appare la più sicura. Ma, Grillo? Be’, lui già chiese la tessera anni fa…

di Peppe Papa

Beppe Grillo lo aveva detto che era “un incapace” e, per come sta procedendo l’opera di rilancio del M5S, sembra non essersi sbagliato. Giuseppe Conte non ha il “quid”, il Movimento è senza idee, tutte le vecchie bandiere identitarie ammainate di fronte a una realtà che non contempla velleitarismi di nessun tipo.

Il tonfo alle ultime elezioni amministrative, non ha fatto altro che certificare queto dato di fatto, il declino e la disaffezione tra la gente, la stessa che li aveva portati sull’altare e che adesso, ripresasi dall’abbaglio, gli volta le spalle sancendone l’inarrestabile declino.

All’avvocato, dunque, nel frattempo resosi conto dei suoi limiti, non resta che cercare una via di fuga in compagnia dei principali maggiorenti del Movimento, quelli più svegli almeno, come i governisti Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli, Roberto Fico e Federico D’Incà, che già da tempo lavorano all’abbordaggio del Pd che gli consentirebbe di non restare appiedati al prossimo giro.

Tanto che il ministro degli Esteri già evoca una “casa comune” e insieme al presidente della Camera, suo compaesano, partecipa alla festa per i 70 anni di Pier Luigi Bersani, in compagnia di tutto l’establishment del centrosinistra italiano.

Non ci vuole molto a comprenderne il fine, anche dal punto di vista umano: non è facile, dopo i fasti del potere, ritornare al triste anonimato da cui si è provenuti. Sarebbe crudele. E quindi procedono spediti in avanscoperta, lasciando al loro capo di sbrogliarsela con quel che resta del Movimento.

Conte, un po’ goffamente, temporeggia, si barcamena tra i suoi ossimori e non sa come far digerire alle truppe la decisione di appoggiare Gualtieri a Roma, dopo aver mollato platealmente la sconfitta Virginia Raggi, che per lui significa la possibilità di fare il suo ingresso in parlamento.

Infatti, se l’ex Ministro dovesse diventare sindaco, lascerebbe libero il suo seggio alla Camera e lui il naturale candidato a conquistarlo con l’appoggio incondizionato degli amici dem. Serve, ovviamente, cercare di tenere sotto controllo i gruppi parlamentari, almeno fino all’elezione del nuovo inquilino del Quirinale.

Far pesare in Aula i numeri ancora possenti, figli dell’exploit del 2018, determinanti ai fini di qualsiasi soluzione, non sarebbe cosa da poco, soprattutto in prospettiva futura per molti di loro. Perciò Conte procede felpato, dice e non dice e il M5S “non è acqua né pesce”, come afferma qualcuno. Ma, mettetevi voi nei suoi panni.

E l’elevato? Lui è un po’ che non si vede, ha speso solo un ‘creativo’ endorsement per la sindaca uscente della Capitale e, via social, un invito accorato all’unità. Sul flop elettorale, non pervenuto. In merito, poi agli approcci col Pd, be’ cosa dire: lui in tempi non sospetti chiese la tessera.

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