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‘Premier’ al Quirinale, Draghi ci sta pensando: partiti costretti a sostenerlo

“Dagospia” annuncia che il premier è pronto alle dimissioni, costretto dalla stanchezza delle mediazioni nella sua maggioranza e dalla non impeccabile gestione del Pnrr da parte del suo staff e di alcuni ministri. Piano per un semipresidenzialismo di fatto che accompagni il Paese fino al 2026

di Peppe Papa

Mario Draghi al Quirinale sembra stia diventando qualcosa più di una suggestione che farebbe piacere alla destra che spinge per correre alle urne, e c’è già chi si dice sicuro, come ‘Dagospia’, che il premier sia pronto a presentare le dimissioni.

Secondo il giornale di Roberto D’Agostino, la decisione sarebbe maturata dalla stanchezza delle continue mediazioni cui è costretto dai litigi tra forze della sua maggioranza e dalla non impeccabile gestione del Pnrr da parte del suo staff, oltreché di alcuni ministri. Ovviamente un’ipotesi del genere rappresenterebbe la tempesta perfetta per la definitiva implosione del sistema politico italiano come finora lo abbiamo conosciuto, aprendo uno scenario dagli esiti ignoti.

Una situazione che solo un Presidente della Repubblica dotato di una straordinaria autorevolezza e spessore politico sarebbe in grado di governare. E chi se non Draghi in persona? L’unico, in questa fase, capace di essere garante di tutti, partiti compresi, di rimettere in corsa il Paese in pochi mesi e riguadagnargli il posto tra i grandi in Europa e nel mondo. “Super Mario” appunto, come da più parti celebrato.

Resta il fatto che una soluzione del genere rappresenterebbe uno sbocco troppo traumatico, un rischio enorme per la nostra democrazia che potrebbe non reggere allo scossone. Più probabile, invece che tutto possa avvenire in maniera dolce e che lo scoop di “Dagospia” dagli esiti nefasti, sia in realtà il disegno di un passaggio ragionato e senza inutili strappi.

Una velina fatta uscire ad arte da Palazzo Chigi per preparare il terreno a una operazione che ha la necessità di avere il consenso delle forze politiche, almeno quelle di maggioranza, e la certezza che nessuno faccia scherzi con il rischio di mandare in default l’Italia. Difficile che qualcuno abbia il coraggio di prendersi una tale responsabilità.

Accettare l’elezione a Capo dello Stato propostagli più o meno da tutti i partiti, pur tra tanti distinguo, come primo step a condizione che sia lui a decidere il proprio successore e la supervisione sui principali dossier del Next Generation Ue, il prosieguo della legislatura fino a scadenza naturale, una legge elettorale che gli garantisca il ruolo di guida a prescindere da chi vince le elezioni.

Serve arrivare al 2026 e nel frattempo modernizzare il Paese e la sua rappresentanza politica, poi sciogliere le briglie e dare sfogo al confronto nel quadro di una rinnovata adesione al ‘sogno’ europeista. Un progetto ambizioso, non c’è che dire, semmai la bomba lanciata da D’Agostino avesse un solido fondamento che, i particolari riferiti dal giornale, sembrano confermare.

E’ fuori discussione che le “fibrillazioni” interne al governo “hanno provocato un ritardo nella consegna della bozza di manovra economica a Bruxelles che hanno infastidito il capo del governo, noto per la sua rigorosità”. Come è un fatto l’insoddisfazione, dal suo punto di vista, circa la poco brillante performance sul fronte della partita dei fondi europei.

A farne le spese, racconta “Dagospia”, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, responsabile principale del programma, che Draghi si appresterebbe a sostituire con il suo consigliere giuridico, Marco D’Alberti. Come non può dormire sonni tranquilli il direttore generale del Mef, Alessandro Rivera, ritenuto “reo del fallimento dell’operazione MPS-Unicredit, di strategica importanza sia economica che politica”. Nel mirino, in fine, anche il Ministro alle Infrastrutture, Enrico Giovannini il quale non starebbe soddisfacendo le aspettative dell’esigente presidente del Consiglio che lo aveva personalmente voluto al governo.

Insomma, tutto lascia pensare che può succedere quello cui diversi osservatori auspicano, o ne segnalano il pericolo, cioè che l’Italia si avvii verso una forma di semi presidenzialismo di fatto che ne cambi i connotati, in attesa di una riforma costituzionale, a questo punto, tanto urgente quanto indispensabile.

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