

di Gennaro Prisco
Adesso non se ne parla più. Ma nelle settimane scorse è stato l’argomento del giorno, di alcuni giorni. L’anniversario della morte di Diego Armando Maradona, il santuario a lui dedicato ai Quartieri Spagnoli, la statua dello scultore, Domenico Sepe e “La mano di Dio”, hanno attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo e la giornalista francese, Valèrie Segond, del “Le Figaro”, uno dei giornali francesi più letto è sparita dai radar, se ne sono perse le tracce.
Cosa ha sostenuto di così urticante la Segond nel suo reportage sulla città, redatto peraltro a ottobre, prima della campagna elettorale per l’elezione del sindaco, la cui eco è giunto da noi solo adesso? Sostiene: “Napoli è come una città del Terzo mondo”. Scandalo. Un corpo e un’anima i napoletani, uniti a difendere il loro capoluogo, cioè l’indifendibile che eccelle dovunque tranne che nella coesione sociale, nella solidarietà umana, nella verità politica
Se la giornalista francese avesse parlato di Sorbillo, di Poppella, di Mimì alla Ferrovia, l’eco sarebbe stato immediato come “Abbracciame” di Andrea Sannino, o come lo show del venerdì di Vincenzo De Luca su Lira tv.
Noi città del terzo mondo? Pulitevi la bocca. Napoli è questo, è quello, è la città più bella del mondo. E’ la città che sta al penultimo posto di quelle italiane per la qualità della vita. Sotto, solo Crotone. Ma ci rifaremo il prossimo anno, perché ultimi è bello quando si ha il San Carlo sold out, le luminarie sugli scogli, il bosco di Capodimonte, “Pusilleco addiruso” e la squadra di calcio prima in classifica.
Cosa sostiene di così scandaloso la Segond nel suo resoconto pubblicato a ottobre, molte settimane prima che il parroco della chiesa Immacolata a Pizzofalcone, don Michele Pezzella, denunciasse dal pulpito, il caso di una professoressa di novanta anni a cui avevano occupato la casa e gettato via mobili e suppellettili, libri e appunti, memoria e presente mettendo un punto alla sua vita, che, per il cinismo della politica del consenso per il consenso, conta meno di una donna incinta, o dei bambini.
Come non è giusta la legislazione, che non dà strumenti immediati e senza eccezioni sull’occupazione abusiva di una casa popolare, o privata e che non prevede pene durissime per chi si prende l’arbitrio di entrare in casa di altri e farla sua.
Don Michele Pezzella ha definito gli occupanti abusivi “non veri cristiani“. E non veri cristiani sono. Ed è stato intrepido, perché su questi episodi da decenni c’è omertà, complicità criminale, politica, sanatoria sia a Napoli che nel resto delle metropoli italiane.
Nessuno ha avuto il coraggio di dire alla professoressa che la sua esistenza è finita in discarica. Prima, o poi qualcuno dovrà farlo. Forse la Valèrie Segond, pubblicando un altro reportage che definirà Napoli capitale europea del mediterraneo. E che tutti applaudiranno per come sia stata delicata nell’informare i francesi che la professoressa non ha retto al dolore.
Ma questa è un’informazione che divora sé stessa. E la politica continuerà a tacere. Nessuno leader di partito ha parlato, nessuno che ha detto faremo una legge, non sarà possibile nessuna sanatoria, ci saranno pene da omicidio per mano armata per chi occupa abusivamente una casa abitata o in attesa di assegnazione.
Solo la flebile voce del Prefetto, il sussurro del sindaco, la preghiera del Cardinale. Eppure sono ottomila le case popolari occupate abusivamente in Campania, 3mila solo nell’area metropolitana di Napoli, duemilaseicento, su ventiquattromila, a Napoli.
Cosa ha scritto la giornalista francese? Ha scritto che Napoli è una città fatiscente. Non è così? Qualcuno può sostenere il contrario, dopo aver letto questa storia, che non rappresenta un limite, ma una quotidianità?
Sì, i negazionisti dell’evidenza, quelli della carta sporca e dei mille colori. Quelli che preferiscono non ricordare l’urlo il “fiutevenne” rivolto ai giovani partenopei da Eduardo De Filippo che nella metà degli anni settanta scosse gli amanti della cartolina. Un consiglio che la nostra meglio gioventù e le nostre migliori famiglie continua a perseguire perché vivere a Napoli significa vivere in mezzo al degrado e agli imbrogli con i turisti e i centri di ricerca veri.
Primi delle elezioni le Figarò pubblica: Gaetano Manfredi è atteso dalle “élite napoletane come il Messia”, come colui in grado di riportare in auge un luogo “fatiscente e soffocato dai propri debiti”.
Un messia bugiardo, però sostenuto da una coalizione di bugiardi. La sua elezione ottenuta grazie alla promessa di un fantomatico “Patto per Napoli” spacciato come impegno solenne del governo, ma praticamente carta straccia firmata da semplici capi partito di quel “campo largo” progressista che sulla pelle malata della città ha sperimentato la propria tenuta senza progetto e senza visione.
I napoletani non ci hanno creduto. Il 57% non si è recato ai seggi elettorali il 4 ottobre 2021 e un misero 65% dei restanti di elettori ha fatto suonare al neo sindaco e a suoi sostenitori le trombe della vittoria. Per poi ammettere candidamente che senza l’aiuto del governo e del parlamento si chiude, fallimento, e tutti a casa.
Manfredi non è uno che resta al suo posto senza soldi. Questo lo ha capito anche l’opposizione in parlamento. E l’assessore al bilancio, Pier Paolo Baretta, a Roma l’ha detto chiaro e tonto ai partiti del ‘Patto’ e agli altri interessati alla tenuta dell’amministrazione cittadina e della giunta metropolitana napoletana.
Mica tocca a lui non pagare i fornitori? Confessare di essersi comportato come gli abusivi basandosi sul principio di necessità? Dire alla giornalista francese: è vero, abbiamo l’università più antica del mondo al centro di una città che si autogoverna da sola, che tra le regole e l’anarchia, preferisce badare ai cazzi propri.
Adesso i lettori del Figaro dovrebbero essere aggiornati. Perché mentre si rischia il crac, qui è tutto un fiorire di iniziative per agganciare in qualche maniera il Pnrr e di omicidi per strada. C’è chi lavora per produrre benefici di rigenerazione urbana , di sviluppo economico, civile, sociale nell’Area Est e Ovest della città e chi per aggirare ogni azione di contrasto all’egemonia camorristica, così come si è già registrato con il reddito di cittadinanza e con i bonus edilizi.
I francesi amano Napoli più di quanto la amino i napoletani, questo è certo, l’Istituto Grenoble è lì a dimostrarlo. E’ un ponte solido di relazioni tra le due città e l’Europa. E questo amore dei francesi per Napoli ne fanno una meta di viaggio. E se scrivono:“mentre tutte le città d’Europa si trasformano, Napoli resta arroccata ai suoi cliché, che sono anche il suo fascino”, dicono il vero. E nei suoi cliché c’è anche l’amara storia della professoressa novantenne, un delitto bianco nella città del presepe infetto.