

di Peppe Papa
Hanno preso atto della loro debolezza e deciso alla fine di affidare a “Super Mario” il compito di guidare dal Colle il Paese fuori dall’emergenza economico-sanitaria e dare impulso alla sua modernizzazione.
Le forze politiche si sono arrese davanti all’evidenza di non avere altra alternativa che quella di eleggere Mario Draghi al Quirinale, con l’impegno a mantenere in piedi la stessa maggioranza di governo, anche se eterodiretta, fino alla sua scadenza naturale.
Probabilmente già lunedì alla prima chiama, quando per leggere il Capo dello Stato servirà la maggioranza qualificata di 673 grandi elettori, i partiti apporranno sulla scheda il nome del premier. Questa è almeno la voce che gira tra i Palazzi romani dove in mattinata è spuntata, improvvisa, l’ipotesi.
Un’accelerazione a quanto pare dettata dalla necessità di dare un segnale, da parte dei partiti, di compattezza sia verso i cittadini che verso l’Europa e il mondo economico nazionale e internazionale.
A fare da detonatore l’ormai conclamato passo indietro di Silvio Berlusconi che, preso atto di non poter contare neanche sul sostegno dei suoi fedelissimi, ha sgombrato il campo dalla propria candidatura.
I bene informati assicurano che domenica ufficializzerà la rinuncia, benché non abbia mai fatto direttamente parola della sua intenzione, e darà il via libera all’ex presidente della Bce intestandosene, non senza qualche ragione, il merito. Con gli alleati, poi ci sarà tempo per regolare i conti, questo è sicuro, il Cavaliere non è tipo che dimentica.
I segnali arrivati nel corso della giornata di ieri sono stati tutti improntati all’ottimismo, da Matteo Renzi a Letta, da Conte a Di Maio che hanno sotterrato l’ascia di guerra, da Salvini a Meloni che, silurato il leader Azzurro, hanno fatto sapere di essere pronti a trattare, è stato un profluvio di dichiarazioni possibiliste e pacificatorie.
Per quanto riguarda il governo, pare che l’accordo nelle sue linee generali sia già pronto, Draghi dal Colle sarà il garante. Prevede un tecnico al comando, di fiducia del Presidente, mentre il grosso delle caselle ministeriali ferme al loro posto.
Di certo si è saputo che non ci saranno i leader, come aveva proposto Salvini, in fondo l’esecutivo attuale ha già una forte impronta politica. Per il Pd c’è Dario Franceschini, il M5S Luigi Di Maio, la Lega Giancarlo Giorgetti, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Renato Brunetta per Fi e Roberto Speranza in quota LeU. L’unica concessione, stando a quanto trapelato, un piccolo “rimpastino”.
Nel mirino i tecnici, nello specifico il ministro alla Transizione ecologica, Roberto Cingolani che i Cinquestelle vogliono sostituire, la responsabile del Viminale, Luciana Lamorgese da sempre invisa alla Lega che ne rivendica il posto per uno dei suoi e l’Istruzione di Patrizio Bianchi che, invece, fa gola al Pd, mentre è dato in arrivo Antonio Tajani, in omaggio a Berlusconi che ci tiene.
Se così fosse sistemata la faccenda, ai partiti non resterebbe altro da fare che provare ad approfittare di almeno un altro anno di ‘commissariamento’ per cercare di aggiornare i loro software e ritrovare la credibilità perduta da tempo. In caso contrario, saranno destinati a sparire e non sarebbe una buona cosa per la democrazia.