

di Peppe Papa
Calenda ammansito, il terzo polo diventato una realtà, avversari spiazzati. E’ l’ennesimo atout politico di Matteo Renzi che davano ormai per morto e condannato all’irrilevanza, sbattuto fuori con i suoi dal parlamento, e che invece è vivo e vegeto, in assetto da combattimento, pronto a giocare la partita elettorale da protagonista.
Snobbato dal Pd per l’ammucchiata del centrosinistra, con la motivazione che avrebbe fatto perdere voti, ma in realtà per puro spirito di vendetta e rancori personali.
Mollato dal leader di Azione che nell’accordo con Letta e Più Europa di Bonino e della Vedova, aveva intravisto la possibilità di scrollarsi di dosso definitivamente l’ombra dell’ex premier che lo aveva voluto ministro del suo governo.
Ha capito che doveva darsi da fare per vendere cara la pelle e con coraggio si è lanciato nella battaglia solitaria di dare vita al fronte repubblicano liberaldemocratico e riformista, richiamandosi senza esitazione alla cosiddetta “agenda Draghi” che tanto consenso ha riscosso nel Paese.
Mentre altri, a chiacchiere, dicevano di puntare all’eredità lasciata dall’ex banchiere centrale, Renzi si è intestato lo spazio enorme di consenso che gravita in quell’aria e ci ha puntato tutte le sue fiches, pazienza per Carlo Calenda che intanto si accasava con il Pd pensando di poterlo fagocitare, e pazienza per Enrico Letta l’artefice del triste minestrone che intende impedire la vittoria annunciata della destra.
Da vero leader ha saputo tenere alto il morale delle truppe promettendo che, con la forza delle idee e la competenza, sarebbe arrivata un’affermazione di Iv che avrebbe stupito tutti. Ha tenuto il punto con orgoglio e alla fine la tenacia ha pagato.
Come previsto, il capo di Azione ha fatto marcia indietro rendendosi conto che le cose non erano come le aveva immaginate e perché costretto dalla forte pressione esercitata dalla sua base che non aveva gradito la scelta.
Immediata è arrivata, anche questa prevista, la mano tesa di Renzi che ha messo da parte le vecchie ruggini, le schermaglie, le invettive al limite del dileggio proferite nei suoi confronti da Calenda, aprendo la porta a un’alleanza.
Sano pragmatismo. Non restava altro da fare che sedare l’agonismo egotico, che anche a lui non difetta, del ‘figliol prodigo’. Se ci tiene a fare il protagonista principale si accomodi, non ci sono problemi se l’obiettivo è ardito e ambizioso, oltre al fatto che è meno antipatico.
“Per costruire una casa nuova ci vuole un pizzico di follia, e quella non manca – ha spiegato Renzi sul suo profilo Fb – Ci vuole l’entusiasmo, che in queste settimane è stato addirittura straripante. E ci vuole anche tanta generosità. Perché consentire a un progetto di partire richiede anche che qualcuno sappia fare spazio e non pretendere ruoli. Ci sono dei momenti in cui le ambizioni personali lasciano il passo ai sogni collettivi. Servono gli assist per fare i gol”.
Via libera dunque a Calenda, sarà lui il front runner, quello che ci metterà la faccia, un gesto molto apprezzato dall’interessato. “Io sono il leader di questa campagna elettorale, rimane l’autonomia dei partiti che definiscono di fare gruppi insieme dopo le elezioni”, ha detto, con una certa aria di soddisfazione lasciando la sede di Azione, “ringrazio Matteo Renzi per la generosità, nasce oggi per la prima volta un’alternativa seria e pragmatica al bi-populismo di destra e sinistra che ha devastato questo Paese”.
Non resta altro da fare che lanciarsi adesso nella campagna elettorale, dare seguito al lavoro di erosione su entrambi i fronti che rappresenta il core business principale del polo terzista, serve tirare fuori gli attributi che sicuramente non mancano, sperando di avere visto giusto.
Il 25 settembre è vicino, non sono ammesse defezioni e ripensamenti, tocca vincere. Anche contro chi crede sia impossibile e nel frattempo è assalito dall’inquietudine.