

di Peppe Papa
In nome di una nobile causa per un volgare calcolo politico. Si potrebbe sintetizzare così lo scontro all’arma bianca di questi giorni tra Angelo Bonelli, capo di Europa verde e Giuseppe Conte leader del M5S, a proposito della richiesta di questi di adesione al Gruppo Green del parlamento europeo.
‘Vade retro’, intima Bonelli. ‘Perché sei tu che hai il monopolio della rappresentanza ambientalista?’ replica Conte. Una disputa che non ha nulla a che vedere con le sacrosanti ragioni ecologiste in difesa del pianeta, ma rappresenta solo una ennesima querelle della politica italiana attraversata da infimi interessi di parte.
Da un lato i verdi storici nostrani, ridottisi a una sparuta minoranza, non ci stanno a mollare il piccolo spazio vitale che sono riusciti a conservare dopo gli anni d’oro di Pecoraro Scanio e dei governi dell’Ulivo.
Dall’altro i Cinquestelle che hanno bisogno di accreditarsi anche a livello internazionale contando di arrivare alle elezioni europee del 2024 con tutti i crismi di partito progressista e ambientalista, completando così la propria ennesima metamorfosi.
Un’operazione che nei confini nazionali sta riuscendo, tanto da mandare in fibrillazione il mondo del ‘Sole che ride’ e il suo apparato dirigente ben deciso a vendere cara la pelle.
Tanto è vero che oggi sarà consegnato l’ennesimo dossier al gruppo verde europeo per argomentare, con fatti alla mano, del perché vada rifiutato l’ingresso dei grillini nel gruppo a Strasburgo.
Il documento pare sia molto dettagliato, racconta chi lo ha letto, prende in esame la storia del Movimento fin dalla sua fondazione ripercorrendone le conversioni nel corso del tempo.
Prima partito “tecnopopulista” insofferente alle pratiche democratiche interne, poi le posizioni insofferenti sull’immigrazione, le alleanze opportunistiche a destra e a sinistra, con Lega e Partito democratico.
In una parola, “inaffidabili”. Accuse che i pentastellati, determinati a portare avanti il progetto, dopo il fallito ingresso nel gruppo di S&D, respingono al mittente ricordando che “chi ha cuore la salvaguardia del pianeta, deve allargare quanto più possibile il consenso nell’opinione pubblica”.
Certo loro, con il cospicuo bacino elettorale conquistato il 25 settembre, hanno più di un argomento da mettere sul tavolo rispetto al solo richiamo della purezza ideale professata da Bonelli&Co., peraltro senza avere mai ottenuto risultati, tranne uno stipendio e qualche prebenda per i dirigenti più in vista.
Intanto, mentre loro si scannano, a Bruxelles tira brutta aria per entrambi. A mettere sull’avviso i Green è stata la posizione condivisa contro l’invio di armi a Kiev che, guarda caso, non corrisponde a quella dei verdi tedeschi, al governo in Germania e assolutamente convinti di dover sconfiggere Putin sul terreno. E il loro parere conta, eccome se conta.