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Regionali Lazio e Lombardia, centrosinistra rassegnato a perdere: Pd, ultimo atto

Per la destra-centro conquistare le due regioni è una formalità. I Dem sbagliano tutto e sperano di sopravvivere, M5S e Terzo Polo pronti a farne un solo boccone. Meloni, intanto, confida nell’ en plein

di Peppe Papa

Fra dieci giorni si voterà nelle due principali regioni italiane, Lazio e Lombardia, per il rinnovo delle rispettive amministrazioni con importanti implicazioni sul quadro politico nazionale. Tuttavia l’appuntamento non sembra infiammare il dibattito come ci si sarebbe aspettato.

Sui media tradizionali la notizia è trattata il minimo indispensabile, perlopiù nelle pagine interne, sui social e in Tv ancora meno. Per quanto riguarda i politici, tranne gli interessati, si fa a gara a chi dichiara meno, la questione relegata nel limbo della disputa locale, complice anche il fatto che gli esiti sembrano scontati.

Stando a tutte le indagini demoscopiche finora realizzate, il destra-centro sembra destinato a trionfare sia alla ‘Pisana’ che al ‘Pirellone’, a sancire una supremazia, in questo momento, inattaccabile grazie anche alle responsabilità di una opposizione alle prese con una difficile fase di riorganizzazione e posizionamenti.

Se nella maggioranza la sfida è tra Meloni e i suoi alleati per sancire nuovamente alle urne la propria leadership, superando al nord la Lega e ribadendo nella Capitale il peso di Fdi, nel centrosinistra lo scontro è incentrato tutto sui destini del Partito democratico, di cui M5S e Terzo Polo vorrebbero fare un sol boccone.

Rassegnati a perdere, benché sia nel Lazio che in Lombardia avrebbero potuto giocarsela, sul fronte cosiddetto progressista, ognuno va per conto proprio, aspettando soprattutto che dalle parti del Pd arrivi un segnale. Per ora solo fumogeni e un congresso che vedrà il suo epilogo due settimane dopo l’esito delle elezioni.

Non sarà certamente il prossimo segretario ad intestarsi la sconfitta, mentre il resto, quelli che c’erano prima, resteranno tutti assolti anche se ne avranno determinato le basi della sconfitta. L’importante nel frattempo è essersi riciclati celermente, in gran parte con il nuovo che avanza, Elly Schlein.

Sono state scelte suicide, lo sanno, aver deciso di andare insieme ai Cinquestelle in Lombardia, dove praticamente sono inesistenti, rifiutando le avance di Renzi e Calenda a sostegno di Letizia Moratti che avrebbe reso la partita con la destra-centro apertissima.

Mentre nel Lazio hanno subito lo smacco dei grillini, che con la scusa dell’inceneritore, li hanno mollati al loro destino condannandoli alla deriva della responsabilità di aver perso la guida della Regione.

Intendiamoci, non c’è niente da stare allegri, la quasi certezza che le due capitali d’Italia saranno in mano a improvvisati post-fascisti imbellettati di moderatismo, opportunisti devoti del Dio Po e spregiudicati sostenitori del “self made man” meneghino, è una prospettiva che lascia sgomenti.

Stando così le cose non c’è da augurarsi che l’agonia del Pd abbia fine, possibilmente il 26 febbraio prossimo giorno delle primarie per incoronare il nuovo segretario, e che non si strascini oltre. Nel caso, sarebbe il loro definitivo tramonto, ma forse chissà, il male minore per tutti quei cuori che battono ancora sinistra.

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