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Schlein “gruppettara” non piace ai riformisti, mentre Franceschini si defila: nel Pd torna lo spettro scissione

La neo segretaria dem ha forse cominciato a capire che guidare il partito è un affare complicato. In direzione ne ha avuto la conferma

di Peppe Papa

Elly Schlein ha forse cominciato a capire, nonostante una certa sicumera “mettetevi comodi, siamo qui per restare”, che guidare il Pd è un affare complicato. La direzione dell’altro giorno è stato un primo assaggio di cosa può diventare il partito, se si risvegliano gli istinti bellicosi “in sonno” delle varie anime che convivono al suo interno.

La sua relazione, che ha evitato accuratamente qualsiasi considerazione politica sull’ultima disastrosa performance alle amministrative, è stata votata solo nei punti riguardanti il programma delle iniziative estive, “l’estate militante” l’ha chiamato la segretaria, mentre per quanto riguarda la linea politica ci sono da chiarire molte cose, a partire dalle alleanze, fino alla posizione di netto sostegno alla resistenza ucraina con ogni mezzo, armi comprese.

Non è piaciuta la sua presenza alla manifestazione sul precariato e contro la guerra organizzata dal M5S e non piaciuta la scelta di nominare vice capogruppo alla Camera, Paolo Ciani noto per le sue posizioni anti militariste, come i tentennamenti sulla riforma della giustizia che vede in prima linea tutti i primi cittadini dei Comuni guidati dal centrosinistra a sostegno dell’abolizione dell’abuso d’ufficio.

Le critiche sono piovute in particolare da Base riformista, la corrente di minoranza che ha sostenuto Stefano Bonaccini al congresso, guidata dal presidente del Copasir e ex ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, costretta a mostrare i denti all’atteggiamento di sfida della Schlein: “c’è chi magari spera di sortire qualche effetto con il giochino del logoramento dei segretari…non funzionerà”.

Nessuna ti vuole azzoppare, segretaria – ha replicato Guerini – ma la parte finale della tua relazione è stata inutilmente polemica. Chi guida – ha aggiunto – deve accettare la dialettica, non è lesa maestà”. E giacché c’era ha anche ricordato che le parole dette nella piazza dei Cinquestellesono indecenti e inaccettabili”, è “una questione dirimente, storica”.

Ancora più esplicita è stata Pina Picierno: “Partecipare alla manifestazione è stato un errore, la posizione sulla guerra non è marginale. Non accusateci di paternalismo o di sessismo, sarebbe ridicolo, ma alle identità forti non possiamo contrapporre il situazionismo”.

Infine, Bonaccini, finora conciliante con la nuova segretaria, ha trovato la necessità di ricordare che il Pd non deve “mai andare a rimorchio di altri” e su questo ha sollecitato a “discutere di più e meglio”. Si sono notate nel frattempo le assenze di Dario Franceschini dominus dell’operazione Schlein e Nicola Zingaretti convinto sostenitore del nuovo corso radicale della giovane segretaria.

Vecchie volpi i cui atteggiamenti non vanno mai sottovalutati, in questo caso un segnale per niente rassicurante per la leader dem, anche in considerazione delle “voci di dentro” che la definiscono troppo gruppettara, autoreferenziale e circondata da una squadra per lo più composta da ex Sel, o Articolo 1.

Insomma, tira brutta aria, torna ad aleggiare lo spettro della scissione, anche se nessuno ne parla apertamente. Per ora non sembra ci siano le condizioni per una eventualità del genere, puntano tutti ad arrivare alle europee del 2024 e mantenere le posizioni. A meno che non capiti l’incidente, che è sempre dietro l’angolo, a rimescolare le carte.

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