

di Serena Cirillo
Struggente, in una sola parola, l’ultima creazione di Saha Riva e Simone Repele appena andata in scena al teatro Bellini di Napoli: la coreografia dal titolo “Dear son”. L’opera dei due giovani coreografi e interpreti, ormai famosi nel mondo della danza e non solo, narra la storia tragica di due genitori sconvolti per la perdita del figlio in guerra. In scena passa tutta la vita della coppia, dal primo incontro al matrimonio, la nascita del figlio e la crescita di quest’ultimo, fino alla sua partenza per il fronte dal quale non è mai più tornato.
A latere, la madre impegnata a scrivergli una lettera per un tempo immemore che, anche se scorre, è paralizzato nell’attesa vana. In questo ruolo la magnifica Anne Jung, già danzatrice del Nederlands Dans Theater e della Dresden Frankfurt Dance Company e ora freelance che, al culmine della sua maturità artistica, arricchisce la performance con un’interpretazione magistrale unita ad una tecnica eccellente.
Tutte le speranze di un passato felice che sembrava preludere ad un roseo futuro, si congelano in un drammatico presente. Lo spettatore è come se guardasse attraverso un caleidoscopio un susseguirsi di emozioni: dalla gioia al dolore, dall’euforia alla disperazione, dall’incertezza della speranza attaccata a un filo, alla lapidaria certezza della tragedia. “Nessun genitore dovrebbe seppellire il proprio figlio. Eppure è una realtà condivisa da famiglie di tutto il mondo”, afferma Sasha Riva. “Dear son è un’esperienza artistica che invita il pubblico a riflettere sulla fragilità della vita nella società in cui viviamo, ancora segnata dalla persistenza della guerra e delle sue conseguenze – gli fa eco Simone Repele durante il dibattito in seguito alla prima rappresentazione – Vogliamo esplorare il dolore incommensurabile provato dai genitori di fronte alla perdita di un figlio”.
Definiti i “poeti della danza” per la loro forma espressiva poetica e romantica, si pongono l’obiettivo, anzi la missione, di raccontare con l’arte, unendo lo stile del balletto classico alla teatralità e gestualità dell’arte drammatica. Hanno costruito una sorta di “grammatica fisica”, un modo di dialogare col movimento in cui la gestualità teatrale è il vocabolario. Modificano di volta in volta i gesti per esprimere la giusta drammaticità, con una plasticità corporea che è forma e contenuto dove l’emotività è centrale per la narrazione.
Coreografia narrativa senza alcun dubbio, storie forti, che però non trascurano il rigore della tecnica, tipico dei danzatori provenienti dal balletto classico come Riva e Repele, già solisti nel corpo di ballo del Grand Théatre de Genève al Balletto di Stoccarda che, dopo essere stati solisti nel corpo di ballo del Grand Théatre de Genève, hanno collaborato con alcune coreografie con il Balletto di Stoccarda, e sono coreografi indipendenti dal 2020. Poco più che trentenni, ben presto hanno sentito l’esigenza di esordire come coreografi per “raccontare” con anima e corpo, scrivendo e interpretando personalmente le loro creazioni.
Unici come performer e geniali come coreografi, dopo aver esplorato molti stili da danzatori, sono approdati ad un linguaggio più ricco, capace di mettere insieme i loro pensieri e la loro arte. Con un approccio elegante e raffinato alle tematiche sociali, vogliono suscitare sensazioni e stimolare la riflessione, piuttosto che esporre apertamente il dramma che raccontano. Sebbene la tematica sia tragica, non ci sono scene crude o cruente, è tutto sottinteso, accennato, ma impressionante quanto un documentario, anche in virtù del taglio cinematografico che rende la rappresentazione più efficace.
È una performance ricca di suggestioni a partire dalle musiche: un mix di canzoni d’epoca, brani di cantautori italiani a tema, musica classica e persino musica religiosa che accompagna i momenti più struggenti. I delicatissimi schizzi di Gu Jiajun, che illustrano le fasi della vita dei protagonisti, vengono proiettati in scena man mano che la storia avanza, e la raccontano insieme ai tre danzatori (Riva, Repele e Anne Jung) che contemporaneamente eseguono le coreografie.
Le luci di Alessandro Caso si impongono sulla scena, quasi a sostituire una scenografia scarna e minimalista come i costumi, volutamente semplici, forse per non distrarre lo spettatore rapito dall’espressività degli interpreti. Una produzione estremamente interessante, che colpisce e segna il pubblico, che merita di entrare nei classici di repertorio della danza.
6 Comments
Perfetta
Grazie, spettacolo veramente indimenticabile
Deve sicuramente essere uno spettacolo molto interessante!
Indimenticabile
L’articolo di Serena Cirillo è un’analisi toccante di un’opera che, come lei stessa descrive, colpisce nel profondo. Ho apprezzato molto la sua capacità di catturare l’essenza dello spettacolo, descrivendo con sensibilità sia la maestria dei coreografi Riva e Repele, sia l’intensità emotiva della performance di Anne Jung.
Le sue parole tracciano un quadro vivido dello spettacolo, dalla potenza narrativa della coreografia all’accuratezza delle scelte musicali e scenografiche. Riesce a trasmettere al lettore non solo ciò che accade sul palco, ma anche le emozioni che lo spettacolo suscita.
Mi ha colpito in particolare la sua osservazione sul “taglio cinematografico” che rende la rappresentazione ancora più efficace, un dettaglio che sottolinea la sua attenzione ai particolari e la sua capacità di andare oltre la semplice descrizione.
Complimenti per un articolo che non solo informa, ma emoziona e invita alla riflessione. Spero di leggere presto altri suoi contributi.
Grazie Renato