

di Peppe Papa
Autocritica? Non se ne parla proprio, per il Pd va tutto bene, nonostante la batosta ai referendum che, anzi, ha dato impulso a nuovi stimoli nel rinsaldare l’asse con la sinistra radicale Avs di Fratoianni e Bonelli e il populismo demagogico del M5S di Giuseppe Conte, prossima tappa le elezioni regionali, dove l’aspettativa ottimistica è di fare cappotto, aggiudicandosi quattro regioni su cinque di quelle che andranno al voto.
La lezione non è servita a Elly Schlein e la sua corte che hanno trasformato il partito in un movimento gruppettaro degli anni Settanta, radicale e antagonista, destinato a essere minoranza orgogliosamente identitaria. E’ sempre la vecchia storia del massimalismo, che tanti danni ha procurato alla sinistra, il veto ideologico nei confronti di chi potrebbe riequilibrare l’attuale osmosi con i populisti Cinquestelle che non porta da nessuna parte e, soprattutto, non farà vincere mai.
Eppure, la segretaria rilancia, confidando, come abbiamo detto in precedenza, su una vittoria a man bassa alle regionali e poi di andare a congresso e regolare i conti con i riformisti, legittimare la sua incontrastata leadership. Insomma, la fa facile e non considera che, proprio le amministrative di autunno, potrebbero riservare cattive sorprese. Tipo, ad esempio, se dovesse passare la legge sul terzo mandato dei governatori, come appare probabile, i piani si complicherebbero non poco.
De Luca in Campania, di nuovo in corsa, sarebbe come scalare l’Everest, e in Puglia, con Emiliano, uguale. Addio sogni di gloria, il “campo largo” o “larghissimo”, l’alleanza così “testardamente” inseguita, rischia di finire in frantumi.
E, in tutto questo, non si capisce come, la minoranza liberal, continui a rimanere in tale partito e come sia possibile che, fuori dal Pd, in quell’aria centrista indispensabile per rappresentare una valida alternativa di governo, non ci si mobiliti, superando le piccole beghe di bottega, come è successo con la manifestazione al Parenti di Milano “due popoli, due Stati, un destino”.
Un fronte che, Renzi in primis, si è intestato il milione e mezzo di voti dei No sul Jobs act e ha tenuto, finora, il punto sul merito, in parlamento, incalzando l’azione del governo di destra della premier Meloni. Tocca inventarsi qualcosa, osare un po’ di più, insomma, fare politica, sfruttare l’enorme potenziale a disposizione e l’eccezionalità dell’attuale situazione geopolitica internazionale che richiede personale politico all’altezza e non improvvisati arruffa popolo.
L’appuntamento al voto autunnale potrebbe essere il momento deflagrante per un nuovo inizio in vista del 2027, ma bisogna darsi da fare, l’estate è alle porte ed è già passata.