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Politica estera, il tallone d’Achille di Schlein: in piazza a Roma contro il riarmo non ci sarà, ma è solo apparenza

Contrari al riarmo, ma allo stesso tempo favorevoli, molto contrariati con Israele, però un po’ pure con il ‘povero’ Khamenei, decisamente con Kyjiv, ma possibilmente senza darle le armi. Un sale e scendi che non è il massimo, se si aspira a governare

di Peppe Papa

È sulla politica estera che si misura il livello di compattezza e credibilità di un partito di proporsi alla guida del Paese e, in tal senso, il Pd di Elly Schlein non sta facendo una bella figura. Lo sbilanciamento a sinistra imposto ai dem, nell’intenzione di marcare Giuseppe Conte e il suo M5S, non piace a molti, oltre ai riformisti ormai apertamente ostili alla linea della segretaria, e la cosa produce una surreale azione, tutta giocata sul filo dell’ambiguità.

Contrari al riarmo, ma allo stesso tempo favorevoli, molto contrariati con Israele, però un po’ pure con il ‘povero’ Khamenei, decisamente con Kyjiv, ma possibilmente senza darle le armi. Un sale e scendi che non è il massimo, se si aspira a governare, oltretutto creando imbarazzi sempre più complicati da schivare. La manifestazione del 21 giugno, nella Capitale, su “No guerra, riarmo, genocidio, autoritarismo“, è uno di questi. E promette di essere molto più radicale, rispetto a quella dei trecentomila, sempre a Roma, di sabato 7.

Nell’elenco di adesione alla manifestazione spicca il M5S con la delegazione guidata dall’avvocato leader, Avs con il duo Fratoianni-Bonelli e, a serovnire, una sfilza di 430 fra reti, organizzazioni pacifiste, associazioni, con in testa l’immancabile Cgil con il suo segretario, Maurizio Landini in prima fila. Il Pd, ufficialmente, non ha risposto alla convocazione, per dire appunto degli imbarazzi, ma non farà mancare un Ruotolo, o un Provenzano qualsiasi a portare la testimonianza.

Schlein non potrà passare a fare il solito salutino perché è all’estero, ad una riunione con i Verdi e i Socialisti europei, loro sì convintamente schierati per il piano di riarmo, immaginiamo gli equilibrismi per spiegare l’impiccio in cui si è cacciata, un po’ per imperizia e un po’ colpevole presunzione di voler recitare, a tutti i costi, la vecchia parte dell’“Occupy Pd”. Certo, molto suggestiva, l’immagine di quella che non è stata vista arrivare, la underdog “de noi altri”, ma non paga e provoca tanto stress.

Finora, la rincorsa a sinistra, non solo non ha prodotto il famoso “campo largo”, la coalizione “testardamente unitaria” da lei vagheggiata, ma ha accentuato il dissenso interno al partito e le prossime regionali rappresenteranno un test fondamentale per la sua tenuta, soprattutto, in caso di sconfitta. Una eventualità nemmeno messa in conto da Schlein e la sua squadra, convinta di fare cappotto e conquistare quattro regioni su cinque.

Una possibilità destinata, però a rimanere sulla carta se, come sembra, dovesse diventare legge il terzo mandato per i governatori uscenti. Salterebbero i piani in Campania, con l’accordo già fatto sul nome del Cinquestelle, Roberto Fico costretto a rimangiarselo per evitare una guerra fratricida in casa con Vincenzo De Luca per niente disposto, senza averlo mai nascosto, a farsi da parte. E che succederà in Puglia, con Michele Emiliano, il quale aveva detto che volersi ritirare, anche perché non poteva ricandidarsi? “Mala tempora”.

1 Comment

  1. Franco ha detto:

    Probabilmente non le hanno passato il foglietto con le risposte da dare.

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