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L’Ordine dei Giornalisti finanzia Articolo 21: ventimila euro per il “No”, alla faccia dell’imparzialità

Corsi cancellati per par condicio, contributi elargiti a soggetti schierati, critiche liquidate come fastidio. Il caso ‘Referendum’ racconta di un giornalismo che predica pluralismo ma pratica selezione ideologica, stupendosi poi della propria lenta fine

di Peppe Papa

C’era una volta il giornalismo come esercizio di mediazione tra fatti e opinione pubblica. Poi è arrivata l’angoscia della sopravvivenza. E con essa la scelta più semplice: smettere di raccontare la realtà e schierarsi apertamente, fingendo che sia ancora informazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: discredito generalizzato, fiducia evaporata, autoreferenzialità spacciata per impegno civile.

Il caso del finanziamento dell’Ordine dei Giornalisti ad Articolo 21 non è un incidente di percorso: è la fotografia di sistema. Ventimila euro. Non una cifra simbolica, ma abbastanza concreta da rendere grottesca ogni difesa d’ufficio. Il Consiglio nazionale dell’OdG decide di finanziare un’associazione apertamente impegnata nella campagna referendaria per il “No” alla riforma della magistratura e poi si stupisce se qualcuno osa parlare di faziosità. Come se la militanza politica, quando ben vestita da “difesa dei diritti”, diventasse improvvisamente invisibile.

Il presidente Carlo Bartoli invita a “guardare ai fatti”. Ottimo consiglio, peccato che applicarlo conduca esattamente alla conclusione opposta. I fatti dicono che Articolo 21 non è un’entità eterea sospesa sopra il conflitto politico, ma un soggetto organicamente inserito nella rete del Comitato per il No. I fatti dicono che la delibera è passata con una maggioranza risicata, segno evidente di un disagio interno. I fatti dicono che le Linee guida dell’Ordine vietano contributi a organizzazioni politiche. Ma evidentemente, quando la politica è “quella giusta”, smette di essere politica.

La difesa è il solito copione: Articolo 21, come Carta di Roma e Ossigeno Informazione, si occupa di libertà di stampa. Formula magica che trasforma qualsiasi iniziativa in una zona franca, impermeabile a ogni critica. Chi dissente è “malizioso”, chi solleva un problema di opportunità è accusato di strumentalizzazione, chi chiede coerenza diventa improvvisamente un sabotatore della democrazia.

Nel frattempo, lo stesso Ordine che finanzia un soggetto schierato nel referendum cancella corsi di formazione sulla riforma Nordio in nome della par condicio. Qui la neutralità è improvvisamente sacra. Lì, invece, è un fastidioso dettaglio burocratico. Coerenza zero, ma con grande compostezza istituzionale.

Le reazioni indignate – da Andrea Cangini, segretario della Fondazione Einaudi ed ex direttore del Quotidiano Nazionale, al coordinamento Pluralismo e Libertà – vengono liquidate come “polemiche di bassa lega”. Traduzione: non disturbate. L’Ordine non arbitra più, partecipa. Non garantisce pluralismo, lo amministra selettivamente. Non tutela l’informazione, tutela una visione dell’informazione.

E così il giornalismo italiano, che dovrebbe interrogarsi sul perché non venga più creduto, continua a dare risposte che nessuno ha chiesto, parlando a sé stesso, moribondo nel gorgo della propria autoreferenzialità. I fatti? Un dettaglio fastidioso. L’intermediazione con l’opinione pubblica? Un esercizio superato. La faziosità? Una necessità per restare a galla. Poi ci si stupisce se il pubblico cambia canale. O spegne del tutto.

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