

editoriale di Gaetano Piscopo
Il referendum dei prossimi giorni è ancora una volta ridotto solo ad una sfida politica tra forze di governo ed opposizioni. Una gara di fake news e di false motivazioni senza cogliere il vero merito dei contenuti.
Se dovessimo citare tutti i leader del passato e del presente che si sono espressi a favore della separazione delle carriere nel Csm la lista sarebbe interminabile. Democristiani, socialisti, radicali tutti avevano intuito l’anomalia del sistema di governo della giustizia. Un sistema che, ostaggio delle correnti interne alla magistratura, non distingue l’accusa dal giudizio.
Passare dal processo inquisitorio a quello accusatorio è stato posto come obiettivo in tempi non sospetti e come cominciarlo a fare senza l’obiettivo di separare le carriere dei magistrati? La vera anomalia è espressa dalla commistione tra Pubblici Ministeri e Giudici.
I primi dovrebbero rafforzare la loro capacità di indagine e magari fare maggiore riferimento agli organi di polizia governati dal Ministero degli Interni. I secondi, avere maggiore autonomia di giudizio.
Un dato su tutti dimostra la necessità di questa separazione. Il 96% delle richieste dei Pm di rinvio a giudizio vengono convalidate dai Gip, solo un terzo di questi si evolve in processi ed è proprio questo dato che fa divenire la giustizia un’arma capace di condizionare anche la politica.
Non possiamo confondere il sistema di governo della magistratura con tutte le inadeguatezze di quello giudiziario. Farlo ora per il referendum è fazioso e strumentale. Questa riforma non entra nel merito della inadeguatezza degli organici e dei tempi certi per i processi. Questo è compito della politica che non riesce a dare risposte adeguate.
Chi oggi spera di dare una spallata a questo governo votando No vive di illusione. La Meloni a differenza di Renzi non ha neanche lontanamente annunciato la sua volontà di dimissioni in caso di sconfitta al referendum, anzi.
Intanto a sinistra è aperta la caccia ai sostenitori del Sì, quelli che non si lasciano intimorire dalle accuse di essere fiancheggiatori della destra, quelli che ritengono che i veri democratici e riformisti di ispirazione liberale devono fare le proprie scelte lontani dalla faziosità strumentale, tenendo ben presente la necessità di mantenere lo stato di diritto e allo stesso tempo essere capaci di modernizzare il Paese, anche adeguando qualche passaggio costituzionale.
Il fatto è che sono tanti a sinistra che non la pensano come la Schlein, Bersani, Fratoianni. Ancor di più quelli che prendono le distanze da Conte e gli ex grillini. Purtroppo, a questi, tra coraggiosi e pavidi, manca la capacità di assumere una vera iniziativa di condizionamento del centro sinistra e proporsi come forza di riferimento per il governo dell’alternativa ad una destra inadeguata, improvvisata e “fortunata”.
Sì, Meloni è proprio fortunata. La sua strada è spianata dalla mancanza di una sintesi unitaria nel cosiddetto “campo largo” che pensa di avere in comune solo i nemici, non certo tutto il resto. La politica estera, la necessità di una Europa Federale, le politiche assistenziali, le politiche economiche, sono tutti temi divisivi in una alleanza di cartello.
Non ci resta che sperare in una riforma elettorale in senso proporzionale che non privilegi le alleanze innaturali; magari con il ripristino delle preferenze, togliendo ai mestieranti delle segreterie politiche il vantaggio di proporre i listini bloccati. Certo ad oggi una illusione.
Intanto, cominciamo a marcare il dissenso dalle approssimazioni della sinistra radicale, dei “pentasterrati e di quanti dimenticano la loro essenza e storia senza la paura di essere additati di destra. Bisogna creare un distinguo, con quanti si sono riparati in etichette di riformismo democratico e progressista, rivelandosi i peggiori conservatori.
Per farlo bisogna, votare Sì al referendum, in coerenza con i propri valori. Non temete, non cambierà molto e non si rafforzerà Meloni, ma almeno potremmo essere coerenti senza aver partecipato ad avventure demagogiche.