

di Alfio Mancini
Il programma dovrebbe arrivare a settembre. Così promettono i contraenti del “campo largo“, che continuano a rinviare la nascita di una piattaforma comune come se bastasse spostare il calendario per cancellare le contraddizioni. Peccato che il programma, per ora, sia poco più di un fantasma. E mentre si annuncia l’apertura del fantomatico cantiere, gli aspiranti costruttori continuano a demolire ciò che resta dell’edificio comune.
Le divergenze non riguardano dettagli o sfumature, ma le questioni decisive: politica estera, difesa europea, guerra in Ucraina, infrastrutture, Europa, politica economica. Altro che sintesi. Qui siamo alla convivenza forzata tra culture politiche che si respingono reciprocamente. Le eventuali primarie, anziché consacrare un leader, rischiano di trasformarsi nell’atto finale di una guerra civile interna, lasciando sul terreno soltanto macerie e spalancando al centrodestra di Giorgia Meloni la strada verso un’altra legislatura.
A trovarsi nella posizione più scomoda è il Pd. Elly Schlein continua a inseguire il sogno di tenere insieme alleati che fanno di tutto per smentirla. Vorrebbe esercitare una leadership che nessuno, dentro e fuori dalla coalizione, sembra disposto a riconoscerle. Giuseppe Conte la considera una concorrente da logorare giorno dopo giorno, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli non hanno alcuna intenzione di annacquare le proprie bandiere ideologiche, mentre gli altri partner continuano a muoversi in ordine sparso.
Ogni voto parlamentare è ormai la certificazione notarile dell’inesistenza del “campo”. Le mozioni comuni sono un’eccezione; quelle separate, la regola. Ognuno deposita il proprio testo, rivendica la propria identità e sottolinea differenze che non sono semplici distinguo, ma autentici fossati politici. Alla fine, si ritrovano soltanto nelle conferenze stampa, dove continuano a raccontare che il progetto procede.
Conte, nel frattempo, gioca una partita tutta sua. Non costruisce la coalizione: costruisce la propria candidatura alla leadership dell’opposizione. Ogni occasione è buona per spostare ulteriormente il Movimento su posizioni populiste e radicali, nella convinzione che la competizione decisiva non sia con Meloni ma con Schlein. La strategia è evidente: indebolire il Pd per arrivare al tavolo delle alleanze da contraente più forte.
Sulla politica estera la distanza appare ormai strutturale. Il Movimento 5 Stelle continua a proporre una linea sempre più ostile al sostegno militare all’Ucraina, accompagnata da una narrazione che finisce spesso per riecheggiare le tesi più gradite al Cremlino. Una linea alimentata quotidianamente dalla campagna del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che è il vero ideologo del Movimento. Sull’Europa, sull’economia e perfino sul rapporto con il mondo produttivo, il leader Cinquestelle, trova una naturale convergenza con Avs, sempre più attestata su posizioni di sinistra radicale.
La seduta di ieri alla Camera ha offerto l’ennesima fotografia impietosa. Sulle missioni internazionali il Pd ha presentato una mozione diversa da quelle di M5S e Avs, principalmente per la questione del sostegno all’Ucraina. Il risultato è stato surreale: cinque mozioni distinte provenienti dall’opposizione — Pd, M5S, Avs, Italia Viva e Azione — mentre la maggioranza, pur attraversata da tensioni interne, si è presentata con una linea politica riconoscibile.
Lo stesso schema si ripete sul fondo europeo Safe destinato al rafforzamento della difesa comune. Il Pd ha colto le contraddizioni del governo, dopo il via libera annunciato da Antonio Tajani e contestato dalla Lega. Piero Fassino, Giorgio Gori e Matteo Renzi hanno evidenziato senza difficoltà le ambiguità della maggioranza, ribadendo il favore all’utilizzo delle risorse europee.
Ma è proprio qui che il campo largo implode. Sul SAFE convivono europeisti convinti, pacifisti integrali, neutralisti, contrari al riarmo e sostenitori della difesa comune. Una babele politica nella quale Schlein prova a mantenere una posizione filo-ucraina e favorevole agli impegni europei, mentre una parte consistente del suo stesso partito continua a manifestare forti perplessità.
Da Arturo Scotto ad Annalisa Corrado, da Marta Bonafoni a Sandro Ruotolo, passando per Pierfrancesco Majorino, Alfredo D’Attorre e Marco Furfaro, la sensibilità prevalente è assai diversa da quella che la segretaria cerca di rappresentare. Le stesse divisioni riemergono sulla Tav, sulle infrastrutture e, più in generale, sul rapporto tra sviluppo economico e ambientalismo.
Il vero problema di Schlein, infatti, non è soltanto Conte. È il suo partito. Le posizioni più radicali sembrano ormai prevalere tanto nella base quanto in una parte significativa del gruppo dirigente. E questo rende ogni mediazione sempre più difficile.
Quando il Parlamento sarà chiamato a votare definitivamente sui fondi Safe arriverà il momento della verità. Il Pd dovrebbe logicamente ritrovarsi più vicino alle posizioni europeiste della maggioranza che a quelle di M5S e Avs. Schlein avrà la forza politica di compiere una scelta coerente oppure ricorrerà, ancora una volta, alle consuete acrobazie lessicali per rinviare il problema?
Perché una coalizione può anche sopravvivere senza un programma per qualche settimana. Molto più difficile è sopravvivere quando manca un’idea condivisa dell’Italia, dell’Europa e del mondo. E il “campo largo”, oggi, sembra avere soprattutto una caratteristica: è larghissimo nelle divisioni e strettissimo nelle idee comuni.