
di Peppe Papa
C’è un piccolo capolavoro di eterogenesi dei fini nella politica del centrosinistra: l’operazione costruita da D’Alema e Bettini per mettere un argine a Matteo Renzi rischia di essere affondata dalla legge elettorale della destra. E alla fine, per evitare Renzi, qualcuno potrebbe essere costretto a rivolgersi a Renzi.
Il progetto era abbastanza chiaro. Costruire intorno ad Alessandro Onorato una quarta gamba centrista del campo largo, capace di occupare lo spazio moderato senza consegnarlo all’ex premier. Una gamba sufficientemente autonoma da trattare con Giuseppe Conte, abbastanza compatibile con il centrosinistra di Elly Schlein e soprattutto abbastanza ingombrante da impedire alla Casa Riformista renziana di diventare il punto di riferimento naturale dell’area centrista.
Non è un’interpretazione campata per aria. Il ruolo di Goffredo Bettini nella costruzione del progetto Onorato è stato raccontato esplicitamente da diverse ricostruzioni giornalistiche; il Corriere della Sera ha definito Bettini lo stratega che da tempo aveva individuato nell’assessore romano il leader giusto per l’area di centro, mentre la Repubblica ha parlato del progetto come “dell’altro centro” gradito al direttore di Rinascita e al M5S.
E in questa partita Massimo D’Alema non è un dettaglio ornamentale: rappresenta quel vecchio mondo politico che da tempo guarda con ostilità alla parabola renziana e che vede nell’avocato di Volturara Appula l’uomo attraverso il quale provare a condizionare gli equilibri del futuro centrosinistra. Il problema è che adesso è arrivata la legge elettorale. L’emendamento “anti-cespugli” quadruplica le firme necessarie alle forze non esentate: da 1.500 a 6.000 per collegio. Una mazzata per i partiti nuovi, proprio quelli che devono ancora conquistarsi una rappresentanza parlamentare. E tra questi c’è proprio Progetto Civico Italia di Onorato. E qui il disegno comincia a scricchiolare.
Perché Onorato può avere amministratori, comitati, iscritti e ambizioni nazionali. Può avere l’appoggio politico di pezzi importanti del campo largo. Può persino essere diventato il candidato ideale per contendere a Renzi il controllo del centro. Ma prima deve riuscire a mettere il simbolo sulla scheda. E raccogliere centinaia di migliaia di firme non è esattamente una formalità. Da qui la disperata ricerca di una via d’uscita parlamentare: una componente nel Gruppo Misto, qualche deputato “prestato”, un simbolo già esistente. Una corsa contro il tempo che racconta meglio di mille dichiarazioni quanto l’operazione sia diventata complicata. E intanto succede l’imprevisto.
Ernesto Maria Ruffini, che avrebbe lo stesso problema delle firme, si avvicina alla Casa Riformista di Renzi. E anche Riccardo Magi sembra muoversi nella stessa direzione. Il centro che avrebbe dovuto essere costruito contro Renzi rischia così di ricomporsi, pezzo dopo pezzo, proprio intorno a Renzi. È qui che la strategia di D’Alema e Bettini rischia di trasformarsi in una clamorosa beffa. Perché se l’obiettivo era impedire a Renzi di diventare il perno del centro riformista, l’emendamento anti-cespugli rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario: rafforzarlo. Renzi, infatti, non deve raccogliere quelle firme. Onorato sì. Ruffini sì. Gli altri nuovi soggetti centristi sì. E allora la domanda diventa inevitabile: perché continuare a costruire un’alternativa a un soggetto che, per struttura e collocazione parlamentare, parte con un vantaggio così evidente?
La risposta, probabilmente, sta tutta nei vecchi veleni della politica italiana. Perché il problema non è più soltanto Conte contro Renzi, Schlein contro Conte o Onorato contro Renzi. È una guerra dentro il campo progressista per stabilire chi avrà il diritto di organizzare il centro, chi potrà sedersi al tavolo della coalizione e, soprattutto, chi potrà condizionare la candidatura a Palazzo Chigi. E qui entra in scena il paradosso più grande. Per far fuori politicamente Renzi, quelli che hanno costruito l’operazione Onorato rischiano di dover chiedere proprio a Renzi di salvare Onorato. Potrebbero farlo tutti insieme il centro. Renzi potrebbe mettere a disposizione la propria struttura, Onorato confluire nella Casa Riformista, Ruffini fare altrettanto, Magi trovare il suo spazio e il centro riformista potrebbe presentarsi unito, invece di disperdersi in quattro o cinque piccoli contenitori.
Una soluzione semplice. Forse persino troppo banale per la politica italiana. Perché in mezzo ci sono vecchie rivalità, vecchi rancori e soprattutto una quantità impressionante di politica personale travestita da strategia. Così si rischia di arrivare alle elezioni con tanti piccoli partiti, tanti simboli, tante ambizioni e un solo risultato: regalare alla destra un vantaggio che nessuno, a parole, dice di volere. Se Meloni dovesse vincere ancora, almeno una cosa sarà chiara: non sarà soltanto merito suo. Saprete anche chi ringraziare.