
di Peppe Papa
La breve, pur se intensa, parabola politica di Luigi Di Maio sembra volgere al termine. Una stagione da leader incontrastato del primo partito italiano, culminata nello straordinario risultato elettorale del 4 marzo scorso, che è venuta meno proprio all’ultimo miglio quando sembrava essere a un passo dalla presa del Palazzo. Non è riuscito a metterci piede il giovane di Pomigliano e con lui il Movimento, nonostante la sagoma rassicurante da vecchio notabile Dc del secolo scorso e una notevole faccia tosta da primo della classe ad ogni frame di telecamera o apparizione tv, rigorosamente senza contraddittorio.
Era stato messo a proprio agio da tutti, niente pareva potesse fermare la sua “lunga marcia”, invece qualcosa è andato storto e il massimo che è stato capace di tirare fuori dopo 60 giorni di ambaradan per cercare di dare un governo all’Italia è quello di un più che probabile esecutivo del Presidente e l’indizione di nuove elezioni non prima della fine dell’anno. Non il massimo per una organizzazione politica in grado di conquistare più voti di qualsiasi altro partito sulla scena, un tesoro che poteva essere speso meglio, ma che invece è stato dilapidato.
Stretto tra il suo ego, le necessità della Casaleggio associati e le smanie di protagonismo di un vecchio comico, il giovanotto si è perso senza sapere più che parte recitare, D’altronde la politica non è un arte che si improvvisa, serve gavetta, senso del presente e della storia, duttilità mentale e intraprendenza. Tutte doti che sono mancate al pur volenteroso Di Maio. E se il destino è l’opposizione e si ricomincia con la campagna elettorale, ammesso che sia mai finita, serve un ‘cavallo di razza’ che sia l’esatto opposto di Giggino.
Alessandro Di Battista è l’uomo giusto. Se c’è da battagliare nessuno è più capace di lui di infiammare le piazze e i talk televisivi. Movimentista senza macchia, aveva deciso di restare fuori un giro e lasciare spazio al più istituzionale competitor interno, lui nel frattempo sarebbe andato in giro per il mondo a scrivere libri, ma non immaginava che la giostra si fermasse così precocemente. E’ stato Beppe Grillo a richiamarlo ‘in servizio’ che, in una intervista al mensile francese “Putsch”, ha ricominciato a sparare ad alzo zero sull’Europa e la sua moneta riproponendo come un mantra il referendum per uscirne. “Voglio che il popolo italiano si esprima – ha spiegato – il popolo è d’accordo? C’è un piano B? Occorre uscire o no dall’Europa?”. Una imbarazzante sconfessione di quanto il leaderino M5S andava cianciando da tempo sull’importanza di rimanere agganciati all’euro e a Bruxelles, insomma, un vero e proprio ‘scaccione’a favore del più adeguato spirito rivoluzionario di Dibba. Si va alla guerra, servono condottieri capaci di accendere passioni, rancori e speranze, non “mammolette impettite” che giocano a fare gli statisti. Per Di Maio, insomma, la faccenda si mette male, lui come molti altri è al secondo mandato e non è detto che sia possibile una deroga allo statuto del Movimento, soprattutto se a decidere sarà il “garante” cioè Grillo e il suo braccio armato Di Battista.