

di Peppe Papa
Governo, siamo alla farsa. Scemata l’attenzione sulla questione migranti che ha tenuto banco in tutto il primo mese di attività dell’esecutivo, con la sovraesposizione mediatica del leader della Lega e ministro degli Interni, Matteo Salvini, anche il M5S è riuscito a ‘mettere una scopa’, con il via libera al cosiddetto “Decreto dignità”. Presentato in pompa magna dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, il competitor vice premier dei pentastellati, come la panacea di tutti i mali che affliggono il mondo del lavoro italiano, ma che a ben vedere riporta indietro di almeno un lustro il “sistema” scaricando sulle imprese (quelle che l’occupazione la creano) i costi economici e sociali del provvedimento, complicando loro la vita.
Il “ritorno agli anni cinquanta” ha scritto Giuseppe Turani su QN, dove si immagina “che le aziende debbano assumere esclusivamente persone a tempo indeterminato. C’è voluto più di mezzo secolo per liberarsi di questa concezione della sinistra comunista, ma adesso ritorna, stranamente con il “governo del cambiamento”.
Intanto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, predica prudenza, non molla la presa mantenendo i suoi ‘sponsor’ con i piedi per terra confermando, nel corso delle audizioni alle commissioni bilancio di Camera e Senato, la linea guida del suo mandato: crescita dell’economia come azione prioritaria, “ma all’interno di una politica di bilancio” che preveda la “continuazione della riduzione del rapporto debito Pil”.
Insomma, niente spese pazze, anzi ha chiarito che “non ci saranno atti del governo che metteranno in dubbio la tenuta dei conti”. Non molto diverso, in fondo, da quello che andava dicendo il suo predecessore al dicastero, Pier Carlo Padoan, e a chi glielo ha fatto notare ha risposto stizzito: “Non si tratta di continuità, ma di ovvio pensiero sano di chi dice che non si possono far saltare i conti”. In soldoni: il governo precedente ha lavorato bene e non c’è nessuna ragione di smantellare il giocattolo. Come pare, invece, che capiterebbe con il “Decreto dignità” che Di Maio presenterà in parlamento e al quale, il suo socio di maggioranza leghista, ha già fatto sapere di voler mettere mano “per renderlo ancora più efficiente”. Il che vorrà dire stravolgerne la filosofia di fondo cui faceva riferimento Turani nel suo fondo sul ‘Quotidiano nazionale’ e ripartire dal Job act che tanto piace alle imprese e che il decreto si propone di svilire. Sulla voce.info, Fausto Panunzi, professore alla Bocconi, ne ha tracciato i “malefici” effetti. “Il primo – ha scritto – è un aumento del costo per i contratti a tempo determinato, sparando su questo tipo di prestazioni tutte le pallottole a disposizione: penalizzazioni contributive crescenti (monetarie); riduzione di durata complessiva a 24 mesi e riduzione a 4 dei rinnovi (burocratiche). Si pensi – ha proseguito – per avere un parametro, che Marco Leonardi, economista e consigliere economico di Gentiloni, in un suo recente saggio ha stimato che ci sono tre modi per limitare i contratti a termine e che ‘tutti hanno i pro e contro’. Il decreto, ahinoi – ha concluso –, li mette in campo tutti e tre facendo in modo che questi rapporti di lavoro che oggi costano il 3.5%-4.5% in più di quelli a tempo determinato possa arrivare al 7 per cento”. In sostanza, alla fine della giostra e al di là degli entusiastici annunci del Ministro, se gli aggravi previsti dal provvedimento supereranno una certa soglia i “900mila contratti a termine in scadenza ad agosto e il milione e 600mila in scadenza a fine anno potrebbero essere ridotti di molto. Oppure entrare nel sommerso”. Un disastro venduto come elisir di lunga vita. E per il momento, tutti contenti. Finora la promessa è stata mantenuta: “prima gli italiani”. Per farne cosa? L’impressione è quella di usarli come massa di manovra per la propria smania di potere che tra i giovani leader emergenti è la cifra che li contraddistingue. E’ storia vecchia come il mondo. Ma tant’è.