

di Peppe Papa
Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria ha messo a segno un altro colpo al contratto di governo pentaleghista sull’aspetto più controverso relativo ai conti pubblici e la possibilità di realizzare le promesse fatte in campagna elettorale.
Ha fatto sapere che per i prossimi tre anni saranno bloccate le uscite della Pa ferme a quota 727,7 miliardi di euro e l’intenzione di congelare del tutto la spesa corrente, dando fiato a quella degli investimenti, fino ad oggi penalizzata nelle politiche di bilancio. Il piano Tria è stato reso noto dal quotidiano il Messaggero il quale, ha spiegato, che i tagli ipotizzati ammonterebbero a 33 miliardi di euro che, solo nel primo anno, farebbero risparmiare allo Stato circa 10 miliardi. Secondo il giornale della Capitale, le voci rientranti nella spesa corrente interessate all’intervento sono stipendi pubblici, pensioni e spesa sanitaria di cui è indispensabile bloccare gli aumenti previsti. Decisamente non proprio una buona notizia per i due suoi sponsor di governo che forse si saranno pentiti di averlo scelto, anche se con Paolo Savona molto probabilmente sarebbe stata la stessa storia, vista la fragilità del programma su cui hanno vinto le elezioni.
La legge di Bilancio 2019
Se continua così, prima o poi lo butteranno fuori, Mattarella permettendo. E l’occasione potrebbe capitare a breve, prima della presentazione della legge di Bilancio 2019. Nella quale, ha già chiarito, non ci potranno essere flax-tax e reddito di cittadinanza che sono senza copertura dunque rinviate a tempi migliori (forse nel 2020). Al massimo qualcosa si potrà fare solo sulle cosiddette “pensioni d’oro” e i vitalizi, poca cosa, e sulle quali già si sono alzate le barricate.
Per il momento Salvini e Di Maio non danno segni di insofferenza, incassano e non fiatano, meglio dare la precedenza a dossier meno impegnativi sul piano economico, a partire da quelli sull’immigrazione. Ma certo è impensabile venire così clamorosamente meno in termini di impatto sociale in versione “governo del cambiamento” e qualcosa dovranno pure inventarsi per uscire dall’angolo.
La bagarre scatenata da Salvini sul fronte del “prima gli italiani” ha pagato finora sul fronte mediatico, ma non ha spostato di una virgola il problema epocale dell’esodo migratorio e del coinvolgimento dell’Italia come base logistica ‘naturale’ degli sbarchi. Nessuna concessione da Bruxelles, men che mai dagli alleati sovranisti dei quattro di Visegrad e dell’Austria dell’amico Sebastian Kurz. Un disastro diplomatico venduto come una grande vittoria dal premier fantasma italiano, Giuseppe Conte. Così come il “Decreto dignità” presentato da Di Maio, in attesa dell’iter parlamentare, che ha scontentato imprese, lavoratori precari, giovani in cerca di lavoro, il popolo delle partite Iva e gli stessi alleati della Lega che hanno promesso di mettere mano alle “necessarie modifiche” del provvedimento, pena la totale sconfessione da parte del “popolo padano” che li ha premiati alle urne.
Sarebbe un ‘incidente’ ideale per dare la stura al piano di Salvini di andare a nuove elezioni possibilmente in contemporanea alle europee di maggio del prossimo anno, sfruttando il vento in poppa assegnatogli dai sondaggi che lo danno primo partito nazionale e con la maggioranza assoluta insieme a tutto il centrodestra.
Se ne riparlerà a settembre insomma, dopo le vacanze, quando tutti saranno più rilassati e propensi a mediazioni, anche se sarà difficile spiegare agli italiani che la previsione di non vedere rinnovati i milioni di contratti di lavoro a tempo determinato in scadenza in autunno, non è poi così un disastro di fronte alle possibilità di vedere incrementare l’occupazione nel medio-lungo periodo come promesso da Di Maio.
E siamo solo all’aperitivo di quello che ci aspetta, dunque, meglio prepararsi al peggio.
1 Comment
Non serve. Comentare. Basta leggere