

di Peppe Papa
Il Partito democratico, principale forza di opposizione, continua a guardarsi l’ombelico specchiandosi tra correnti interne che si disputano le macerie di un progetto politico morto nella culla, impegnati a difendere principi, nel migliore dei casi, o ‘poltrone’, senza badare alla ‘vergogna’ di mettere in discussione il passato recente, fatto di cinque anni alla guida del governo italiano pur di vedere ‘morto’, politicamente si intende, il loro ex segretario, Matteo Renzi.
Forza Italia, invece, che pure si annovera nel fronte del dissenso, vive la sua personale crisi identitaria, alle prese con la rassegnazione di aver perso la propria centralità nello schieramento di centro destra e l’incapacità di proporsi come punto di riferimento di piccole e media borghesia, partite Iva, imprenditori e professionisti, vale a dire la spina dorsale del proprio successo politico per oltre un ventennio.
In Germania i partiti europeisti raccolgono il 70% dei consensi, le elezioni in Baviera ieri lo hanno confermato, in Francia alla Le Pen e i suoi seguaci le fanno solo sentire il profumo del potere per poi puntualmente al dunque affossarla. Così in Spagna con i socialisti al governo e in Portogallo e Grecia, in Svezia dove i sovranisti e xenofobi, pur se in forte ascesa, devono accontentarsi solo di poter fare la voce grossa in parlamento senza alcuna possibilità di entrare nella stanza dei bottoni.
Ci sarebbe da interrogarsi profondamente sul perché nel Belpaese accade il contrario, anche a fronte di una base sociale disponibile a non farsi imbracare dai due leader per caso, Salvini e Di Maio.
Il compito di Pd e Fi non solo per la loro sopravvivenza, ma per il destino degli italiani, dovrebbe essere quello di mettere in piedi un rassemblement, senza più infingimenti e interessi di bottega, che parli alla Nazione (di destra, di sinistra, di centro) proponendosi come alternativa ‘ragionevole’ al disastro annunciato e praticato dai populisti al potere.
Per il momento i segnali in tal senso non sono incoraggianti. Il Pd resta perso nei vagheggiamenti di un altrismo che guarda a un passato che non passa, mentre Fi è sospeso intorno al suo padre-padrone, Berlusconi indeciso, vittima di un tatticismo sterile che lo sta portando lentamente alla consunzione. Non resta che sperare nella Leopolda Nove in scena nel fine settimana a Firenze, dove sono in molti ad augurarsi un colpo di reni di Renzi, l’ultimo vero leader politico in circolazione (a prescindere dalle sue qualità intrinseche se ci sono), che indichi una strada nuova, costi quel che costi, per uscire dall’impasse.