

di Peppe Papa
Tutti formalmente ancora fedelissimi a Berlusconi, ma pronti a disputarsene l’eredità appena se ne presenterà l’occasione. La classe dirigente di Forza Italia, cresciuta alla sua ombra, affila le armi sentendo l’avvicinarsi del momento. Le schermaglie sono iniziate da tempo e si ravvivano ad ogni tornata elettorale al cospetto di risultati che ne certificano l’inarrestabile eclissi. La soglia minima di consensi delle ultime elezioni europee, abbondantemente precipitata sotto il 10%, ha scatenato in maniera ancora più virulenta la bagarre, nonostante il Capo sia stato eletto a Strasburgo e abbia dimostrato per l’ennesima volta di essere tuttora lui il vero dominus del partito.
A cominciare è stato Giovanni Toti, il governatore della Liguria che sta conducendo una sua personale battaglia per un nuovo rassemblement di centrodestra in ‘versione hard’ con Salvini e la Meloni, il quale non si è lasciato scappare l’opportunità di commentare il deludente risultato del voto per dare addosso alla “vecchia nomenclatura”, di cui una volta anch’egli faceva parte.
“Ora basta scuse e bugie, tutti a casa e cambiamo davvero per ripartire”, ha scritto sui social di prima mattina, accendendo così la miccia della polemica. “Stiamo assistendo alla seconda tornata elettorale in meno di un anno in cui il centrodestra stravince, Forza Italia perde. E perde molto”, ha sottolineato puntando il dito, evidentemente, su chi ha gestito la campagna per Bruxelles, vale a dire Antonio Tajani e la stretta ‘cerchia’ del Cavaliere ad Arcore.
“Dalle elezioni dello scorso anno – ha proseguito – chiedo a tutti i dirigenti un’inversione di rotta, un confronto democratico per stabilire la linea politica, apertura alle tante liste civiche di area che non ci votano e non ci voteranno mai più, spazio ai tanti bravi amministratori locali e parlamentari coraggiosi. Risposte? Nessuna. Anzi, peggio – ha incalzato – anche in queste ore ho sentito e letto dirigenti e parlamentari del partito difendere scelte indifendibili. Peggio ancora: accusare chi ha avuto il coraggio di chiedere in questi mesi un cambiamento per evitare lo schianto ampiamente prevedibile”. Poi, l’affondo finale: “La colpa è di una classe dirigente che ha difeso ad oltranza le proprie poltrone, che ha occhieggiato alla sinistra per far dispetto ai nostri alleati, che ha scelto ancora una volta dall’alto candidature con arbitrio totale, che ha emarginato chiunque avesse l’ardire anche solo di sussurrare che qualcosa non andava. Tutti a casa! Poi ricominciamo sulla strada giusta”.
La replica di Tajani non si è fatta attendere. “Servono soprattutto idee, non è una questione di incarichi, di poltrone”, ha chiarito prima di rinviare ogni decisione sul futuro del partito al Comitato di presidenza convocato dal Cavaliere per giovedì, a palazzo Grazioli. Più sferzante è stata la reazione di Maurizio Gasparri, presidente della giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, ricordando a Toti che chi “da Berlusconi ha avuto viatici vari dovrebbe avere più eleganza nell’affrontare il dibattito. E non aggiungo altro”.
Ad alimentare lo scontro, invece, ci hanno pensato le due aspiranti leader candidate alla successione, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, l’una in rappresentanza del fronte del Nord, l’altra di quello del Sud.
L’ex ministro dell’Istruzione, è ritornata sulla sua proposta lanciata già prima delle elezioni e ripresa dallo stesso Toti, di svolgere un “congresso nazionale vero” unico modo per Fi “di riaffermare la sua identità, la sua connotazione liberale avviando una nuova stagione di rilancio”.
Pronta alla sfida si è detta la vicepresidente della Camera. “Mai come ora – ha fatto sapere – ci appare chiaro che Fi deve fare punto e a capo. Va affrontata una costruttiva autocritica sui limiti della nostra azione”, attraverso una “profonda riflessione sulla riorganizzazione del nostro movimento”. Che è quella che con forza chiedono soprattutto in Campania, dove Carfagna ha praticamente conquistato la leadership, diventando punto di riferimento dei ‘notabili’ sopravvissuti alla fine dell’era Cosentino e di giovani emergenti che chiedono spazio. Pertanto “il partito non può più essere gestito da uno staff, ha bisogno invece di una nuova struttura politica” capace di “valorizzare energie”, soprattutto sui territori dove è cresciuta “una classe dirigente che non ha nulla da invidiare a nessuno e che va messa alla prova”.
Intanto Berlusconi non sembra curarsi del fuoco che divampa, ne tanto meno lo accarezza l’idea di mollare l’osso. Si è già recato a Bruxelles per un incontro con i principali esponenti del Ppe gruppo di cui fa parte Forza Italia e si appresta a recitare una parte di primo piano nel panorama politico europeo dopo l’umiliazione subita in seguito alla decadenza dal parlamento italiano per effetto della Legge Severino nel 2013. Certo non ha più la verve di un tempo, ma l’età e gli acciacchi non ne hanno intaccato ego e potere. Gli eredi, insomma, sembra debbano rassegnarsi ad aspettare ancora un bel po’. E non è detto che dopo di lui ci sia un futuro.