

di Peppe Papa
Da ‘testa di legno’ del duo Di Maio-Salvini a Palazzo Chigi, a politico più apprezzato dagli italiani e premier davvero, poi il ritorno sulla terra catapultato nella nuova dimensione di capo partito, apparecchiata per lui dai suoi due spin doctor, Marco Travaglio e Rocco Casalino, che finora non gli ha portato bene, ma anzi lo ha mandato in confusione. Giuseppe Conte non ne azzecca più una confermando il giudizio di Beppe Grillo, il capo dei capi, che lo aveva definito “senza visione e incapace” a proposito del tentativo, poi riuscito, di prendersi il M5S.
L’avvocato di Volturara Appula da quando è presidente del Movimento non è riuscito a portare a casa un solo risultato accettabile, molte chiacchiere e poco costrutto, tanto che dopo aver perso ogni elezione possibile, con percentuali di voto mortificanti rispetto al passato, non è riuscito a imporre alle Camere nemmeno i nomi dei capigruppo a lui graditi.
Ogni sua uscita è una zappa sui piedi, perle di insipienza politica, revisionismo ideologico movimentista, incoerenze e prese di posizione grottesche che si prestano al dileggio divertito degli avversari, oltre allo sconcerto sempre più rumoroso di parlamentari e militanti.
L’ultima settimana, l’ex premier, ha dato il meglio di sé da questo punto di vista, inanellando una serie di performance fenomenali, indicative del suo attuale stato di lucidità mentale, non facendosi mancare niente.
A cominciare dall’arcinemico, Silvio Berlusconi con il quale, parole sue, bisogna sedersi a un tavolo e mettere mano alla Costituzione. “Tra i leader dei partiti – ha dichiarato sulla Stampa qualche giorno fa – ci sono ex premier come Silvio Berlusconi e Letta che ci sono passati prima di me e che, in un modo o nell’altro, hanno subito l’instabilità di governo, quali migliori interlocutori per affrontare la riforma costituzionale”. Già, come mai nessuno ci aveva pensato prima.
In fondo non c’è niente di strano, è semplice, basta dimenticare di essere il leader di un partito che più tenacemente di ogni altro, nel 2016, guidò la sollevazione contro il “Patto del Nazareno” agitando lo spettro di una deriva autoritaria con una riforma che consegnava definitivamente il Paese al Cavaliere.
Poco male, che vuoi che sia in confronto alla faccenda delle tredici domande ‘scomode’, secondo le intenzioni dei promotori grillini e da lui sottoscritte, rivolte a Matteo Renzi e che l’interessato si è detto disponibile a soddisfare in un faccia a faccia televisivo con il leader suo omologo al quale, a sua volta, avrebbe voluto proporgliene pure lui alcune. Ebbene, non se ne farà niente, l’avvocato sdegnato ha respinto l’invito, “non faccio show”, e nessuno ha più parlato dell’argomento. Meglio lasciar perdere, deve aver pensato.
E che dire della reazione isterica alla notizia che il M5S era stato messo praticamente alla porta in Rai. Nessun rispetto per il primo partito della maggioranza, una vera indecenza essere stati lasciati fuori dalla spartizione nei ruoli chiave dell’informazione dell’emittente pubblica. Loro, anti lottizzatori dei più feroci, considerati meno di zero, proprio adesso che ci stavano prendendo gusto ai piaceri del potere.
Per ritorsione la decisione di non partecipare più a nessuna trasmissione, o concedere interviste buone per i pastoni ai canali di Stato da parte di tutti gli esponenti politici del Movimento. Conte si è poi attaccato al telefono e ha chiamato Draghi prima della chiusura delle nomine, ma il premier pare abbia risposto picche perché “è stato assicurato il criterio del pluralismo e delle professionalità”, non si torna indietro. Stop, questione chiusa.
Mentre nel frattempo nel partito, dicono si tratti della fronda di amici di Luigi Di Maio, si è scatenata la bagarre. C’è chi ha parlato di “suicidio politico”, chi incredulo chiedeva “davvero l’ha detto”, la contestazione alla decisione del leader cristallizzata nella constatazione amara di un pentastellato della prima ora che rassegnato ha confessato: “Eravamo quelli dei partiti fuori dalla Rai e ora usciamo dalla Rai perché non ci fanno posto”. E giù, risate. Sipario.