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A Conte e alla ‘banda’ Travaglio riesce il colpo: Draghi si dimette e Putin ringrazia

Il premier rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato: a Mosca brindano, al “Fatto quotidiano” pure, Cinquestelle tramortiti. Ma non è ancora finita

di Peppe Papa

Dopo mesi di martellamento, cominciato con la fine del Conte II e l’avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi, alla fine l’ex premier e il suo ‘sussurratore’ Marco Travaglio (più il secondo che il primo) sono riusciti nell’impresa di mettere in crisi il governo e indurre il presidente del Consiglio a rassegnare le dimissioni. Ovviamente respinte da Mattarella.

Intanto a Mosca brindano, l’ex presidente russo, oggi numero due del potente Consiglio di Sicurezza sul suo canale Telegram posta in tempo reale un’eloquente immagine con Boris Jonson, Draghi e un riquadro con un punto interrogativo e la didascalia: “Chi sarà il prossimo?”.

Insomma, va tutto per il verso giusto, evidentemente quanto si è ‘seminato’ in Occidente comincia a dare i suoi frutti.

Tutto come previsto dall’autocrate del Cremlino che, a fine giugno al Forum di San Pietroburgo, si era detto sicuro delle divisioni delle società occidentali provocate dall’offensiva russa in Ucraina. Una situazione che avrebbe provocato “un’ondata di populismo e crescita di movimenti estremi e radicali, gravi cambiamenti socio-economici, degrado e un profondo mutamento dell’élite”.

Ed è, più o meno, quello che è accaduto a partire dal 2016 con l’elezione di Trump alla Casa Bianca, il trionfo della Brexit, i governi giallo-verdi in Italia, le democrature dei paesi del gruppo Visegrad con tutto quello che ne è conseguito.

E c’è da festeggiare, soprattutto se il piano non sta andando, nonostante tutto, come ci si aspettava. La democrazia, in poche parole, pur se ammaccata, ha mostrato ampi margini di reazione.

In fondo l’atteggiamento di Draghi, a prescindere dal fatto che formalmente il suo esecutivo non è stato sfiduciato e il dl Aiuti è passato compreso il termovalorizzatore a Roma, è stato coerente e di fronte all’assenza del M5S al voto in Senato, come aveva annunciato, ha chiuso il discorso: lui non è più della partita.

Non può giocare con dei dilettanti irresponsabili, e la considerazione vale per tutti i protagonisti del teatrino della politica italiana, non è tipo da farsi coinvolgere in una disputa politicante senza prospettive e soggetta agli umori dei vari protagonisti in campo.

Lui è uno che il potere lo conosce davvero, non può stare appresso alle miserie di un ceto politico alla frutta, dove i Cinquestelle recitano la parte del gigante, ma non è che gli altri brillino per idee e iniziative. In pratica, non ha nessuna intenzione di galleggiare.

Mercoledì prossimo “renderà comunicazioni alla Camera” e tutto lascia supporre che sarà un discorso duro, senza concessioni: o con me o senza di me. E non è detto che non lasci lo stesso. Uno scenario che, a parte la sicumera a chiacchiere di tutti nel non avere problemi all’andare a votare, non piace a nessuno, tranne alla Meloni.

Per il M5S sarebbe un suicidio, ma questo a Conte e ai suoi peones è un pensiero che neanche sfiora, per il “Fatto quotidiano”, l’house organ del Movimento e il suo direttore, sarebbe invece la possibilità di alimentare la nicchia di fan e lettori che hanno dato un senso all’iniziativa editoriale cresciuta in maniera esponenziale con le fortune dei grillini. Ma non può durare in eterno. E questo, anche loro, lo sanno.

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