

di Peppe Papa
La vittoria non prevista di Elly Schlein è destinata, suo malgrado, a fare chiarezza nel quadro politico italiano del prossimo futuro. Il Pd prefigurato dalla neo-segretaria, eletta a furor di popolo, è un partito radicaleggiante a vocazione minoritaria, attento ai diritti di genere, all’ambientalismo da decrescita felice, ai temi del lavoro precarizzato e la difesa degli ultimi.
Sinistra-sinistra, insomma, la miscela che è stata la principale spinta alla sua vittoria e che pone più di una preoccupazione ai Cinquestelle di Giuseppe Conte. I quali, pur se hanno applaudito all’affermazione della candidata più vicina alle loro posizioni, non possono non essere allarmati dal rischio di vedersi svuotati dal “nuovo Pd“, di cui era pronti a fare un solo boccone.
Dire le stesse cose, può significare che molti dei voti lasciati per strada dalla scellerata gestione del partito dem degli ultimi dieci anni, facciano ritorno a casa che è il luogo dove si sono lasciate storie e radici, provocando un’emorragia che per le ambizioni dell’ex premier e dei suoi sodali potrebbe risultare fatale.
Le reazioni da parte pentastellata, infatti, sono state improntate alla cauta soddisfazione, un “vedremo” se ci sono le prerogative di una collaborazione “alle nostre condizioni”. Sanno che lo scettro della novità è passato di mano con la Schlein, è lei che rappresenta adesso quel mondo di cui si sono appropriati indisturbati e che non gli è mai appartenuto.
Chi può cantare vittoria, invece, è Renzi che vede realizzarsi, un passo alla volta come aveva avvertito, la consunzione di un partito destinato a fare la fine dei socialisti francesi, del laburismo à la page di Corbyn e dei suoi epigoni di oltre oceano, Sanders e Ocasio-Cortez. E’ chiaro che gli elettori riformisti e liberali del Pd, a meno di un’umiliante accondiscendenza, non potranno continuare a far finta di niente e guardarsi intorno.
L’alternativa del partito unico di Azione di Calenda e Italia Viva, a questo punto diventato una urgenza, è un’opzione seria e credibile. Porte aperte dunque, ci mancherebbe, obiettivo elezioni europee del prossimo anno dove si corre con il proporzionale puro, ognuno per suo conto e si definisce la propria ‘forza contrattuale’ e la capacità di incidere nella dinamica dei processi decisionali.
Questa sera la riunione del comitato politico alla presenza dei due leader dovrebbe dare il via libera al processo di fusione, Matteo Richetti capo gruppo alla Camera di Azione-Iv ha confermato all’Adnkronos che l’obiettivo è portare la nuova formazione alle europee del 2024 per cui “tutto si deve concludere tra settembre e ottobre per iniziare una campagna elettorale che per noi sarà fondamentale”.
Renzi non sta nella pelle, contrariamente a qualche tempo fa quando invitava a mordere il freno, gasato dal risultato del congresso Pd. Sulla sua e-news dopo un giorno di silenzio, unico big a non commentare a caldo la vittoria della Schlein, ha fatto sapere come la pensa: “cambia la politica italiana”. E ha marcato il perimetro, il confine tra chi sta da una parte e chi dall’altra.
“Il Pd diventa un partito di sinistra-sinistra che compete direttamente con il M5S e assorbe i partitini di sinistra radicale – ha spiegato – qualcuno pensa che ciò sia un bene, qualcun altro un male, comunque la si pensi è un fatto ed è un elemento di chiarezza importantissimo. Amici – ha rimarcato – il Pd del job Act e degli 80 euro, di Industria 4.0 e dello “Sblocca Italia”, del garantismo e delle riforme su diritti civili e sociali non c’è più. C’è un altro Pd”.
Le vie, a questo punto, si dividono, non resta dunque che “augurare a questo nuovo Pd, buon lavoro” con il rispetto di chi “vede finalmente chiarito che ci sono due strade diverse”. Quella del Terzo Polo come abbiamo visto è segnata: ampia apertura a coinvolgere nel progetto il vasto fronte del liberalismo democratico e del socialismo riformista presente nel paese, puntare decisamente alla scadenza elettorale europea.
Chi festeggia è Giorgia Meloni la quale, mentre le opposizioni regolano i loro conti, prosegue nella sua opera di accreditamento istituzionale sia in patria che all’estero, preoccupata più dalla mediocrità della classe dirigente che la circonda che degli avversari. La matrice antiliberale e malamente celata anticapitalista della Schlein, la rafforza, lei convinta atlantista e assoluta sostenitrice dell’aiuto senza riserve alla resistenza ucraina contro il ‘mostro’ russo.
Come si sono messe le cose può dormire sonni tranquilli, con un po’ di accortezza non avrà grossi fastidi a governare almeno fino alla scadenza elettorale continentale. Per sua fortuna la rotta è inequivocabilmente indicata dalle contingenze del quadro politico-economico internazionale. Scelte obbligate e pochi colpi di testa, non ci sono margini per ‘bizzarrie’ di nessun tipo. A lei non resta che tenere la barra dritta il più possibile. Sarebbe un merito se ci riesce.