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Crepe in Iv, Marattin: Renzi non è in discussione, ma “il partito non è un fan club”

L’Assemblea nazionale di Italia Viva a Napoli sabato scorso, si è conclusa con uno strascico polemico inaspettato per un partito finora stretto a riccio intorno al suo leader

di Peppe Papa

L’Assemblea nazionale di Italia Viva a Napoli sabato scorso, si è conclusa con uno strascico polemico inaspettato per un partito finora stretto a riccio intorno al suo leader, Matteo Renzi. Per la prima volta, dal suo stretto entourage, si è alzata una voce di dissenso rispetto alle decisioni prese dal capo, segnalando una insofferenza crescente circa una gestione esasperatamente accentrata dell’organizzazione.

Luigi Marattin e Elena Bonetti, tra le menti più brillanti del partito, insomma, non due qualsiasi, hanno protestato senza riguardo con una lettera aperta sui social per la nomina di Raffaella Paita a coordinatrice nazionale del partito. Comunicata al termine della kermesse e senza possibilità di discussione creando una situazione che i due hanno definito “strana”.

Gli iscritti – hanno affermato – possono scegliere il coordinatore comunale, provinciale e regionale. Ma non quello nazionale. Che, prima ancora di ogni modifica statutaria che istituisca quel ruolo, viene nominato senza discussione né informativa preventiva”. Si voti ad ottobre, dunque, quando sono previsti i congressi locali, anche per il coordinatore nazionale, è stata la proposta.

Fermo restando che la nomina “rientra nei poteri statutari organizzativi e politici del presidente” che è Matteo Renzi “e non prevede nessuna comunicazione formale”, hanno fatto sapere in una nota da Iv, “stupisce che si faccia un’assemblea per  lunghe ore e due autorevoli dirigenti nazionali non intervengano in un  dibattito che ha toccato innumerevoli temi importanti, soffermandosi su questioni formali il giorno dopo con un tweet”.

Una replica dura, c’è poco da dire, che segnala però una crepa che si è aperta in Iv da tempo, precisamente da quando è saltato per aria il progetto del partito unico con Azione di Carlo Calenda, lasciando nel guado una classe dirigente giovane, capace, ambiziosa, ma mortificata nelle sue aspirazioni dalle personalità di due ego in conflitto.

Proprio su Luigi Marattin, deciso a candidarsi alla segreteria del nuovo partito del Terzo Polo, si consumò lo scontro con il capo di Azione che aveva immaginato per sé quel ruolo senza doversi sfiancare in una competizione, tanto da decidere di mandare tutto all’aria all’ultimo momento.

Non c’è da meravigliarsi, allora, che serpeggi un certo malumore da parte di chi, invece, aveva creduto di poter scalare le posizioni e non poterlo fare nemmeno nel suo partito. Comprensibile lo scoramento, soprattutto se non c’è alcuna velleità di scalzare la leadership riconoscendone la centralità, come sottolineato proprio da Marattin al “Quotidiano nazionale”.

Nessun problema di uomo solo al comando, ha risposto al suo intervistatore “questa è una paura ancestrale di una sinistra logora”, mentre “in politica i leader forti sono essenziali”. Le difficoltà nascono “quando i partiti, come è successo dal 1994 in poi, diventano fan club del leader e nient’altro”. Niente di personale perciò, ma è un equivoco che va risolto, prima che sia troppo tardi.

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