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Schlein ‘rottama’ le primarie che l’hanno eletta: torna il Pd della vecchia ‘Ditta’ che sogna il “campo largo”

La segretaria dem: “Restano uno strumento valido, ma dipende dal contesto locale“. Le decisioni si prendono al Nazareno, dove si lavora per il coinvolgimento del riottoso Conte e del suo M5S. Elezioni di midterm a rischio

di Peppe Papa

Fieramente impegnata a inseguire Giuseppe Conte e il suo M5S per il mitico “campo largo”, Il Pd di Elly Schlein ha ‘abbattuto’ uno dei pilastri su cui è stato fondato il partito, le primarie. L’ultima volta che sono state “necessarie“, dunque, saranno quelle che l’hanno eletta segretaria, da ora in poi non ce ne sarà più bisogno.

Le primarie restano uno strumento valido, ma dipende dal contesto locale – ha spiegato Schlein durante una pausa dei lavori alla Camera – In alcuni territori si fanno, in altre la coalizione trova un accordo”. Insomma, un ritorno alla vecchia “Ditta”, le decisioni si prendono al Nazareno, dove si continua a lavorare per tentare di coinvolgere i riottosi Cinquestelle in un’alleanza organica delle opposizioni.

Si prova a trattare, soprattutto con l’ex premier che si comporta come il topo col gatto, sfugge, pone continui diktat, non perde occasione per distinguersi a sinistra spingendo sui temi del più puro populismo radicale e, quando si accorda, è sempre a favore suo e del Movimento.

Per cui le intese sui territori, in vista delle prossime elezioni amministrative, risultano poche, sparse un po’ alla rinfusa e dove non si è riusciti trovare un candidato unitario, si è fatto ricorso a figure civiche condannate quasi tutte a una sicura sconfitta.

In questo modo Il Pd rischia di finire sbrindellato alle europee di giugno prossimo, così come il M5S. Uscire con una nuova batosta elettorale nelle midterm italiane potrebbe essere fatale. E le premesse ci sono tutte. A partire dalla Sardegna dove si vota a febbraio per la Regione.

Qui Elly Schlein ha stretto l’intesa con Conte sul nome della vicepresidente del Movimento, Alessandra Todde che potrebbe vincere dopo la deludente performance di Christian Solinas che la stessa Meloni non vorrebbe ricandidare. Salvo che si è messo di traverso l’ex governatore, Renato Soru tra i fondatori del Pd. Il quale ha chiesto invano le primarie, fino a decidersi a correre da solo. Un bel guaio per la segretaria dem.

In Abruzzo, dove governa un fedelissimo della premier in odore di riconferma, l’accordo è stato trovato subito su l’ex rettore dell’università di Teramo, Luciano D’Amico, dato venti punti dietro al presidente uscente, ma per lo meno la coalizione ha tenuto con dentro tutti, anche Italia Viva.

In Basilica, al voto ad aprile, pure è un civico il candidato di area Pd, Angelo Chiorazzo, ma l’alleanza ancora non c’è e si confida su Roberto Speranza, lucano doc e in buoni rapporti con l’avvocato. Mentre in Piemonte, alle urne invece a giugno in contemporanea con le europee, è ancora tutto da vedere. Da quelle parti i pentastellati non sembrano voler far carte, sono convinti che si perde e quindi è meglio andare ognuno per proprio conto.

Oltre alle regionali, si vota anche in alcuni importanti Comuni: Firenze, Bari, Cagliari, Bergamo, Livorno. A Firenze il Pd ha scelto Sara Funaro, mentre degli ex grillini non si hanno notizie. A Bari tutti sono per il no alle primarie, ma tarda ad uscire fuori un nome e chissà come finirà.

Mentre nelle altre città solo a Bergamo i dem hanno scelto la loro candidata, Elena Carnevali e fanno il tentativo di riconfermare sindaco di Livorno, Luca Salvetti. A Cagliari si è fatto avanti Massimo Zedda di Sinistra italiana già sindaco due volte, ma non sembra scaldare gli animi. Comunque da nessuna parte è alle viste un’intesa con il M5S che anzi, proprio a Livorno sta mettendo insieme un fronte alternativo con la sinistra radicale.

Non è un bel quadro, non c’è dubbio. L’unica cosa certa è che, l’aver rottamato le primarie, è solo l’ultimo tassello di un’operazione volta a smantellare il Pd e farlo diventare una cosa diversa da quello che era stato immaginato quindici anni prima al Lingotto. Le prospettive non sembrano entusiasmanti, ma sarà il tempo a chiarirlo e come sempre le urne a certificarlo.

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