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L’amore, il tempo e la morte: quando il narrare si fa poesia e “Chopin mi sorride”

L’ultimo libro di Pasquale D’Alessio, il nono, ci svela di notti passate in ospedale e completa la trilogia che l’autore ha dedicato a sua moglie, scomparsa per un inesorabile male, quindici anni fa

di Alfio Mancini

Nella sua prefazione Gianfranco Lauretano, poeta e critico letterario, racconta che il libro (Nolica Edizione-CartaCanta Editore) a partire dagli altri due – Settembre 2009 e Il suo annuncio, il tuo tempo 2020 – dei quali riporta i momenti più acuti, si muove tra narrazione e poesia.

È insomma l’epica di qualcosa, di un viaggio, di una guerra, di un’identità, come sempre lo è l’epica. Ed è anche la singolare “vita nova” di questo poeta sempre intenso, sempre acceso e inquieto, mai pacificato. E, come il grande modello dantesco, che ancora una volta intercala prosa e versi, troviamo l’amore e la morte che si oppongono e, paradossalmente, pure si incontrano.

È una lettura da cui è impossibile uscire indenni, per struggenza, profondità e altezza di sentimento e pensiero. Il poeta continua a chiederci di stare con lui di fronte all’incontro degli incontri, al saluto di tutti i saluti della sua esistenza.

Il libro, in uscita il 20 dicembre, vive della bella copertina, disegnata e curata dall’artista, recentemente scomparso, Roberto De Grandis.

Il tema dominante è il tempo: siamo d’altronde dentro una storia in cui il tempo è il palcoscenico della tragedia, col suo accorciarsi, diventare minimo, finire. I riferimenti a questo tema sono continui, ci sono bruschi cambiamenti di ritmo:

“Tutto si ripete: carrelli da spostare, strumenti da usare, quadernoni che si aprono, si chiudono, raccolgono ore, orari delle temperature corporee, la pressione del sangue e il numero di pillole consegnate, flebo cambiate. (…) Oggi, per il reparto è stata una giornata particolare, un infermiere si è sposato. Le due infermiere, prendono il turno, si raccontano della sposa, raccontano del pranzo… poi, il tempo cambia ritmo: si riparte con i carrelli”.

E mutamenti fino allo straniamento: “Momenti, il tempo diventa altro. Non cammina con te. Non è tempo dato per certo. Inizia a battere dentro. Un martello. È strano e stranisce”. È sempre il tempo che organizza la vita e i rapporti: “Convoca e coniuga i tempi della storia fra me e te” (notare la sottigliezza con cui è usato il verbo coniugare, in un racconto di due coniugi…).

E’ il tempo infine che fa sorgere costantemente la domanda, il piglio interrogativo che è il brivido nascosto di questo libro e il suo finale, come un picco assoluto: “Quando ritorni?/Quando?”.

Stupenda la pagina in cui l’autore ricorda (anzi non ricorda) la prima notte che è stato in ospedale, da dove è uscito come miracolato, o, in filigrana, memorie convocate nel terribile presente che si sta vivendo, come quelle dell’esperienza militare: “Sull’attenti bisogna stare: petto in fuori e pancia in dentro: zitto e muto devi stare: sei una burba”.

La “burba” è la recluta inesperta, spesso bullizzata dai commilitoni anziani, deve un’obbedienza insensata, stando sull’attenti, a chiunque, così come nel presente l’uomo deve stare sull’attenti di fronte alla gravità del male che lo sta staccando dal suo amore.

Il primo libro, Settembre – porta la prefazione di Sergio Zavoli – ed è una silloge che racconta della compagnia che sa fare il mare nel tempo del distacco; mentre, Il suo annuncio, il tuo tempo – vive della prefazione di Davide Rondoni che così presenta i versi di D’Alessio: “E’ un libro dove struggenti sono infatti i particolari, visitati dall’annuncio, fermati in versi aerei e commoventi procedendo di sospensione in sospensione”.

Qui, nel presentare questo ultimo testo di D’Alessio, Lauretano ci dice che è “un libro notturno, ambientato nella notte assoluta e tesa degli ospedali“. I sensi si acuiscono, l’ascolto e la vista colgono tutto, anche ciò che normalmente passerebbe inosservato. Si tratta davvero di un luogo topico, una situazione unica, così particolare e così universale. Un mare (altra parola-chiave) di destini attendono, soffrono, pregano, ascoltano, svaniscono, appaiono come mai prima.

“Uscito dalla camera, sedeva e scriveva. Accavallava le gambe come si accavallano il tempo e le parole in ospedale, si accavallano il giorno e la notte, l’aprire e chiudere le finestre, il tirare su e giù le tapparelle”. Una notevole prova di narrazione, che trae l’universale da piccoli spazi, particolari minimali e indecifrabili. D’altronde un distico stupendo ci avverte: “…la notte/Raduna”.

In questo Chopin mi sorride, Lauretano rileva che non è solo il tempo a mutare, a essere messo in discussione, a chiedere un riposizionamento di conoscenza e di attenzione. Anche gli spazi hanno la loro richiesta inderogabile. In tutto il libro è attuata la dinamica dentro/fuori l’ospedale.

Potrebbe cambiare tutto, ancora una volta, oppure nulla, come suggerisce un’altra delle pagine capitali dell’opera, quella in cui l’amore è riportato con più nitidezza: “Ci siamo solo spostati, da casa a qui. Saranno poco più di cinquecento seicento metri, cinque minuti e si arriva. No, non è mica diversa questa notte dalle altre. Hai il tuo cuscino. Il cielo quasi tutto chiaro, la luna piena: è padrona, la sua luce si confonde con quella del corridoio. Non posso abbracciarti. Ancora siamo attratti. La passione”.

La malattia è il moloch intorno a cui ruotano emozioni e pensieri, la presenza invadente, totalizzante: “Quell’idea fissa i passi: la tua malattia”. L’unico scampo è, come già notato, la domanda, soprattutto in altezza. È da questo punto che si tentano strade inaudite, come la straordinaria ekphrasis incastonata al centro del racconto: “…da qualche parte, di quel meraviglioso e chiaro groviglio che governa l’inconscio, s’inventa al buio, l’immagine – per me – del Silenzio. L’Annunciazione”.

La persistenza di fronte all’evento della perdita potrebbe portare a sua volta alla perdizione dell’autore, all’asfissia della parola, all’offuscamento dello sguardo appiattito sulla morte. Ma quello stesso sguardo continua ad alzarsi, a voltarsi per non perdere la memoria, ad elevare gli occhi perché quel senso di assoluto dice davvero il punto preciso in cui il destino ci rivela a noi stessi, lì dove non si spegne la speranza di un reincontro con la bellezza della persona amata: “Prima o poi, un uomo esiste unicamente guardando la luna: bellezza, infinito e mistero”.

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