

di Peppe Papa
I genovesi si sa, tengono ai denari, toccategli la borsa e diventano una furia che, al di là del luogo comune, è il retaggio di un’antica storia di potenza commerciale su cui costruirono una Repubblica marinara che, tra il XVI e XVII secolo, primeggiò nel Mediterraneo e il Mar Nero ed era uno dei maggiori poli finanziari d’Europa. Insomma, c’è da capirli.
Ed è sui soldi che Giuseppe Conte, nuovo aspirante padre-padrone del M5S, ha puntato per regolare la partita con Beppe Grillo, della cui presenza ingombrante ha deciso di liberarsi per portare a termine la conquista del Movimento a sua immagine e somiglianza. Stop, dunque, al compenso di 300mila euro per l’attività di comunicazione e di immagine che, a suo dire, si era trasformata nell’esatto contrario.
Era nell’aria da mesi, i due battibeccavano, facendo emergere anche la possibilità di una scissione, ma senza arrivare al dunque, con Grillo da una parte a rivendicare per sé ancora la guida di un Movimento da riportare alla purezza originaria, dall’altra l’avvocato, deciso, invece, a fare dei Cinquestelle il suo piccolo partito personale, da manovrare a suo piacimento nel gioco politico nazionale.
Alla fine con coraggio, bisogna dire, è stato Conte a dare fuoco alle polveri annunciando la decisione dell’interruzione del contratto, motivandola con il “venir meno del rapporto di fiducia”, come si fa con un collaboratore negligente. Ha approfittato dell’opportunità offertagli da Bruno Vespa che ha inserito, nel suo consueto libro riassuntivo di fine anno, destinato come gli altri a diventare un best seller, una sua intervista.
“Grillo ha rivendicato il compenso come garante anche nelle ultime lettere che mi ha scritto – ha confessato al giornalista – Io non ho mai accettato che fosse pagato per questa funzione, che ha un intrinseco valore morale e non è compatibile con alcuna retribuzione”. Per questo motivo, ha spiegato, fu raggiunto “un compromesso, retribuendo la sua nota abilità comunicativa”, ma che è venuto meno dato l’atteggiamento ostile del comico.
“Sta portando avanti , di fronte a un processo costituente che ha coinvolto l’intero movimento, – ha detto ancora a Vespa – atti di sabotaggio compromettendo l’obiettivo di liberare energie nuove”. Un’accusa forte alla quale, per il momento Grillo non ha risposto, tranne il suo staff che ha fatto sapere che “a noi non risulta, il contratto è in essere, ad oggi non c’è nessuna comunicazione”.
I quattrini, insomma, per il momento li devono sborsare, poi se vedrà. Cui è seguito un comunicato di replica del Movimento nel quale è stato precisato che, le parole di Conte, si riferivano all’impossibilità di un suo rinnovo futuro. Nessuno strappo violento, ci mancherebbe.
Ma è guerra aperta e non è chiaro cosa pensa di fare Grillo di fronte alla prospettiva di perdere un lauto compenso e la concreta possibilità di giocarsi la scissione, dando vita a una nuova proposta populista vecchia maniera. I tempi non sembrano quelli di una volta, il progetto partirebbe debole, probabilmente rappresenterebbe solo una crudele opera di rappresaglia. Che è la cosa che più preoccupa Conte, convinto di possedere un solido sostegno popolare, ma che sarebbe meglio non mettere alla prova.
La querelle, intanto, non è passata inosservata e la cosa potrebbe essere potenzialmente preoccupante se dovesse intervenire la Corte dei conti, sollecitata pperfidamente dal senatore di Fi, Maurizio Gasparri che ha chiesto di verificare “a che titolo il M5S hanno dato questi soldi al loro fondatore, per quali servizi, con quale trattamento fiscale e, soprattutto, se sono fondi presi dai gruppi parlamentari e quindi pubblici, o da vove arrivano”. Sarebbe un disastro. Per entrambi.